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Il finale de Il mago di Oz sembra uno dei più rassicuranti mai girati, con Dorothy che apre gli occhi nel suo letto circondata dagli affetti e ripete che non c’è posto come casa propria. Basta però fermarsi qualche minuto a ragionarci sopra, senza l’euforia della musica e del technicolor, per accorgersi che quella chiusura ha un retrogusto molto meno dolce di quanto il pubblico si sia raccontato per decenni. La vita che attende la protagonista in Kansas, a conti fatti, non ha niente della favola.
Il film del 1939, arrivato nelle sale spagnole il 1 marzo 1945, dura un’ora e quarantuno e porta la firma di tre registi, Victor Fleming, King Vidor e George Cukor, con Judy Garland, Frank Morgan e Ray Bolger davanti alla macchina da presa. Numeri e nomi da classico assoluto, valutazioni altissime ancora oggi, eppure la lettura del finale è cambiata parecchio negli ultimi anni. Merito anche di Wicked, che ha ribaltato le prospettive su quel mondo.
Guardare Oz con occhi diversi dopo Wicked
Difficile tornare a vedere Il mago di Oz come prima, una volta conosciuta la storia di Elphaba. La scena in cui la Strega Cattiva dell’Ovest si scioglie fino a sparire, ridotta a nulla per mano di Dorothy, aveva un sapore liberatorio quando il pubblico non sapeva nulla del suo passato. Adesso quella stessa sequenza suona diversa, quasi crudele, perché dietro il cappello a punta c’è una ragazza che sfidava la gravità e che aveva le sue ottime ragioni per essere arrabbiata con il mondo.
Il musical è sempre stato etichettato come allegro e ingenuo, roba da pomeriggio in famiglia. La struttura della storia, però, racconta qualcosa di più amaro. All’inizio Dorothy vive con una famiglia con cui condivide poco o nulla, non ha amici di cui il film dia notizia, e lo sceriffo ha ordinato di prendere Toto dopo che il cane ha morso una vicina. La fuga nasce da lì. Per strada incontra un ciarlatano che la convince a tornare indietro, poi arriva l’uragano e con esso Oz.
Cosa aspetta davvero Dorothy in Kansas
In quel mondo colorato la ragazzina trova amici veri, diventa un’eroina, conta qualcosa per la prima volta. E poi decide di tornare. Il punto che quasi nessuno mette a fuoco è la vita che l’attende una volta rientrata a casa, ovvero una famiglia che la percepisce come un peso, nessun amico all’orizzonte e per giunta la fama di essere quella che si è inventata compagni immaginari come un leone parlante e uno spaventapasseri. Un ritorno alla normalità che, vista dall’esterno, assomiglia più a una condanna che a un lieto fine.
Nei romanzi le cose vanno diversamente. L’esistenza di Dorothy resta legata a Oz per sempre e il personaggio ci torna più volte, osservando l’evoluzione di quel regno sia nei libri ufficiali di L. Frank Baum sia nei seguiti autorizzati. La porta insomma non si chiude mai davvero, il mondo fantastico continua a esistere e a chiamarla.
Il sequel del 1985 che prende sul serio l’ipotesi peggiore
L’idea che il rientro in Kansas sia un problema, e non una soluzione, non è affatto una forzatura moderna. Lo dimostra Oz, un mondo fantastico, il seguito non autorizzato uscito nel 1985, dove Dorothy viene presentata come una ragazzina ossessionata da Oz che finisce in manicomio. Una versione del personaggio che prende alla lettera il sospetto rimasto sotto traccia per decenni e lo porta fino in fondo, senza filtri consolatori. Con una prospettiva del genere, la voglia di intonare Vamos a ver al mago, al mago, al mago de Oz cala parecchio. Il ritornello resta lo stesso, cambia soltanto quello che il pubblico sa della ragazza che lo canta.










