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Difficile immaginare cosa avrebbe pensato Tolkien delle opere di George R.R. Martin, eppure la domanda torna puntuale ogni volta che il fantasy televisivo alza il volume del sangue e delle passioni. Domenica scorsa è andata in onda l’ultima puntata della terza stagione di House of the Dragon, che ha portato sullo schermo una delle battaglie più cruente e più celebri dell’intero mondo creato dallo scrittore americano. E davanti a una scena del genere il confronto tra i due autori diventa quasi inevitabile, perché parliamo dei due nomi che più di tutti hanno definito l’idea stessa di letteratura fantastica moderna.
Violenza e sesso, due modi opposti di raccontare
Il primo terreno di scontro è quello più evidente, cioè il modo in cui la violenza viene messa in scena. Martin non risparmia nulla al lettore e allo spettatore, anzi costruisce buona parte della sua tensione narrativa proprio sulla brutalità delle conseguenze. Tolkien aveva un approccio diverso, più trattenuto, dove le battaglie esistono eccome ma il dettaglio truculento resta quasi sempre fuori campo. Stessa faccenda per il sesso, presente in modo esplicito nelle cronache di Westeros e sostanzialmente assente nella Terra di Mezzo, dove l’amore viene raccontato in chiave epica e mai carnale.
Non si tratta soltanto di gusto personale o di pudore. Sono due filosofie della narrazione che partono da presupposti differenti. Da una parte c’è la volontà di mostrare l’essere umano nella sua parte peggiore, dall’altra la scelta di costruire un mito, con tutto ciò che il mito porta con sé in termini di distanza e di stilizzazione. Chi guarda House of the Dragon si trova immerso in una guerra civile dove nessuno è del tutto innocente, mentre nelle pagine di Tolkien il confine tra bene e male resta molto più leggibile.
Religione e profezie, l’altra grande divergenza
C’è poi il capitolo della religione, che nei due universi funziona in maniera quasi opposta. Nel mondo di Martin le fedi sono molteplici, spesso strumentali, usate dal potere per legittimarsi o per colpire gli avversari. La dimensione spirituale c’è, ma resta ambigua, e il lettore non sa mai davvero quanto ci sia di divino e quanto di manipolazione politica. Tolkien, che alla dimensione religiosa attribuiva un peso enorme anche nella propria vita, aveva costruito una cosmogonia coerente, ordinata, con una gerarchia precisa e un senso ultimo delle cose.
Discorso simile per le profezie. In Westeros sono ovunque, ma vengono continuamente fraintese, piegate agli interessi di chi le interpreta, e spesso si rivelano trappole per chi ci crede troppo. Nei racconti tolkieniani il destino ha invece un peso più solenne, e ciò che è annunciato tende ad avvenire davvero, seppure per vie inattese. Due modi diversi di rispondere alla stessa domanda, cioè quanto conti la volontà dei personaggi rispetto a qualcosa di più grande che li sovrasta.
La chiusura della terza stagione della serie HBO ha riportato tutto questo al centro della discussione, perché la battaglia mostrata sullo schermo è esattamente il tipo di sequenza che segna la distanza tra i due immaginari. Sangue, perdita, calcolo politico e nessuna consolazione facile, elementi che appartengono al fantasy contemporaneo così come lo ha ridefinito Martin e che difficilmente avrebbero trovato spazio nella prosa del professore di Oxford. Il dibattito tra i lettori resta aperto, con schieramenti piuttosto netti da entrambe le parti.










