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Hayabusa2 punta i laser su un asteroide a 5 km al secondo

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Una sonda giapponese che viaggia verso un asteroide fuori dall’ordinario ha appena fatto qualcosa che nessun veicolo spaziale aveva mai tentato prima: Hayabusa2 ha puntato i suoi laser contro un secondo asteroide mentre gli passava accanto a 5 chilometri al secondo. Un test breve, quasi istantaneo se si guarda alla scala dei tempi di una missione interplanetaria, ma dal valore potenzialmente enorme per la difesa planetaria.

Per capire la portata della cosa conviene tenere a mente la velocità. Cinque chilometri al secondo significa coprire la distanza tra due città in un battito di ciglia. Colpire un bersaglio in quelle condizioni, con uno strumento pensato per misurare e non per distruggere, è un esercizio di precisione che lascia poco margine all’errore. Non c’è la possibilità di rallentare, riprovare, aggiustare la mira con calma. C’è una finestra, si passa, e quello che si è raccolto è tutto quello che si avrà.

Un esperimento mai tentato prima

Il punto interessante è che Hayabusa2 non era stata costruita per fare questo. La destinazione principale resta un altro corpo celeste, un asteroide descritto come insolito, e il sorvolo di questo secondo oggetto è stato sfruttato come occasione extra lungo il percorso. Una specie di deviazione opportunistica, il genere di scelta che le agenzie spaziali fanno quando la traiettoria offre un regalo e sarebbe un peccato non approfittarne.

L’uso dei laser in questo contesto merita una precisazione, perché l’immagine che viene in mente è quella sbagliata. Niente raggi distruttivi da film di fantascienza. Si parla di strumenti che inviano impulsi di luce verso una superficie e misurano il tempo che il segnale impiega a tornare indietro, ricavando distanze e informazioni sulla forma e sulle caratteristiche dell’oggetto osservato. È tecnica da geometra spaziale, non da arma.

Perché tutto questo riguarda la difesa planetaria

Qui sta il nocciolo della questione. La difesa planetaria non è un tema astratto da convegno accademico, è la capacità concreta di sapere cosa ci gira attorno e come reagirebbe se un giorno servisse deviarlo. E per sapere come reagisce un asteroide bisogna prima conoscerlo: dimensioni, struttura, consistenza del materiale di cui è fatto. Un sasso compatto e un ammasso di detriti tenuti insieme dalla gravità si comportano in modo completamente diverso se si prova a spingerli.

Il problema è che non sempre si può mandare una sonda a fermarsi accanto a un oggetto e studiarlo con calma per mesi. Costa tempo, costa carburante, costa denaro. Se invece si dimostra che un rilevamento utile si può ottenere anche sfrecciando accanto a un bersaglio a velocità altissima, il ventaglio delle possibilità si allarga parecchio. Significa poter raccogliere dati durante i transiti, trasformando ogni passaggio ravvicinato in un’occasione di osservazione.

Ecco perché l’esperimento condotto da Hayabusa2 viene raccontato come un primato e non come una curiosità tecnica. È la prova che una strumentazione nata per altri scopi, usata in condizioni estreme e con tempi di reazione minimi, può ancora dire qualcosa di nuovo. E lo fa mentre la sonda continua la sua corsa verso l’obiettivo principale, quell’asteroide insolito che rappresenta il vero appuntamento della missione. Il sorvolo, comunque, è andato come doveva andare. La sonda ha sparato i laser al momento giusto, alla velocità di 5 chilometri al secondo, su un corpo che non era mai stato avvicinato in quel modo.

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