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I dati personali degli utenti di Grindr sono finiti nelle aste pubblicitarie senza che nessuno avesse dato un consenso valido. A denunciarlo è stata Datatilsynet, l’autorità norvegese per la protezione della privacy, che ha individuato nella società di tecnologia pubblicitaria Xandr la responsabile di questa condivisione. E il problema non riguarda soltanto la Norvegia, perché anche le informazioni di iscritti residenti in altri Paesi sono state divulgate.
Per questo l’autorità ha deciso di colpire duro. Line Coll, direttore generale di Datatilsynet, ha spiegato senza giri di parole il motivo della multa: “Abbiamo inflitto una sanzione così elevata in questo caso perché le violazioni che abbiamo riscontrato erano molto gravi. Migliaia di utenti in Norvegia sono stati vittime della condivisione illecita dei loro dati sensibili. Xandr ha omesso di verificare la validità dei consensi ottenuti da Grindr e non ha fatto nulla per garantire di avere una base giuridica per il proprio trattamento dei dati”.
Come funzionavano le aste e dove ha sbagliato Xandr
Per capire la vicenda serve fare un passo indietro. Gli esperti di Malwarebytes hanno ricostruito il meccanismo: “Tra luglio 2018 e aprile 2020, Xandr ha gestito aste pubblicitarie in tempo reale che coinvolgevano gli utenti di Grindr. Queste aste automatizzate permettevano agli inserzionisti di fare offerte per mostrare un annuncio, ma comportavano anche la diffusione di informazioni sulla persona che lo avrebbe visualizzato”. Ogni volta che un annuncio veniva mostrato, insomma, insieme alla pubblicità viaggiavano anche dettagli su chi stava dall’altra parte dello schermo.
Il nodo centrale è quello del consenso. Secondo l’autorità norvegese, Xandr si è semplicemente affidata a Grindr per raccoglierlo, senza mai controllare che fosse davvero valido. Una leggerezza che non regge, visto che l’azienda era corresponsabile del trattamento dei dati e quindi aveva obblighi propri da rispettare. Dare per scontato che l’app avesse ottenuto il via libera esplicito degli utenti non bastava affatto.
Sulla stessa linea si è espressa anche Noyb, l’organizzazione austriaca senza scopo di lucro che si occupa di tutela della privacy. Il commento è netto: “La sanzione attuale dimostra che aziende come Xandr alla fine vengono chiamate a rispondere delle loro pratiche scorrette. La profilazione degli interessi, delle abitudini, della posizione e del comportamento delle persone richiede un consenso valido, che le aziende di adtech raramente ottengono”.
Qualche accorgimento per proteggere le proprie informazioni
Che si tratti di aste pubblicitarie o di un vero e proprio data breach, le informazioni private vanno difese con attenzione. Proprio partendo dal caso Grindr, gli esperti di Malwarebytes hanno messo insieme alcuni consigli pratici, semplici da applicare anche per chi non ha particolare dimestichezza con la tecnologia.
Il primo riguarda il profilo. I campi facoltativi possono tranquillamente restare vuoti, soprattutto quando richiedono dettagli che sembrano troppo intimi. Allo stesso modo è meglio evitare di indicare il luogo di lavoro, l’indirizzo di casa, gli orari in ufficio o qualsiasi altro elemento che renda una persona facile da rintracciare.
Poi c’è la questione delle autorizzazioni. Conviene ricontrollare i permessi legati alla geolocalizzazione e le impostazioni pubblicitarie, limitandoli ogni volta che l’app lo consente. Anche il collegamento con gli account social merita una riflessione in più, perché spesso finisce per svelare molto più di quanto si immagini sulla propria identità.
L’ultimo suggerimento è forse il più concreto di tutti. Le app di incontri non andrebbero mai installate né usate sui dispositivi aziendali.
Fonte: TecnoAndroid








