La Grande Muraglia Verde è il progetto con cui la Cina prova a fermare l’avanzata dei deserti piantando qualcosa come 100 miliardi di alberi. Un’impresa che ha radici lontane nel tempo, visto che tutto è partito il 1° gennaio 1978, quando Pechino ha dato il via al cosiddetto Three-North Shelterbelt Program. L’obiettivo, in fondo, è semplice da spiegare anche se complicatissimo da realizzare: aumentare la copertura forestale nella parte settentrionale del Paese, su un territorio enorme che tocca 13 province e si allarga per oltre 4 milioni di chilometri quadrati.
Una cintura verde lunga 4.500 chilometri
I numeri di questo intervento fanno girare la testa. La copertura forestale prevista andrà a comporre una cintura di alberi lunga circa 4.500 chilometri, con una larghezza che in certi tratti arriva fino a un chilometro intero. Il traguardo finale è fissato per il 2050, e da qui ad allora il piano prevede di mettere a dimora quei 100 miliardi di alberi che dovrebbero fare la differenza.
A cosa serve tutto questo lavoro? La risposta sta in tre parole: bloccare l’erosione. La barriera vegetale, che peraltro sta già dando i suoi frutti, serve a frenare l’erosione del suolo, a contrastare il cambiamento climatico e soprattutto ad arginare l’avanzata dei deserti del Gobi e del Taklamakan. Senza una difesa del genere, fattorie, villaggi, strade e ferrovie resterebbero esposti alla sabbia che, anno dopo anno, mangia terreno. E il quadro generale non è rassicurante: alcune ricerche stimano che entro il 2100 metà della superficie terrestre potrebbe ritrovarsi coperta da terre aride.
Più raccolti, più energia pulita, più lavoro
I benefici, però, non si fermano alla pura difesa dalla sabbia. I terreni agricoli protetti dalle dune diventano più produttivi, e c’è anche un effetto collaterale interessante: la presenza di tutta questa vegetazione aumenta l’umidità nella zona, e di conseguenza le precipitazioni si fanno più frequenti. Più pioggia significa raccolti migliori, in un circolo che si autoalimenta.
Da qui è partito tutto un movimento economico. Lo sviluppo delle industrie forestali e frutticole sta migliorando concretamente il tenore di vita di decine di milioni di persone. A dare una mano arrivano anche i grandi impianti solari ed eolici piazzati ai bordi del deserto, che hanno un doppio compito. Da un lato garantiscono alla popolazione energia da fonti rinnovabili, dall’altro funzionano come una sorta di ancoraggio per la nuova vegetazione, proteggendo i campi coltivati dalle intemperie e dal vento carico di sabbia.
È un modello che intreccia ambiente, lavoro e tecnologia in un unico disegno. La desertificazione viene affrontata non solo piantando alberi, ma costruendo intorno a quegli alberi un’economia che dia alle persone un motivo concreto per restare e prendersi cura del territorio. E mentre il Gobi e il Taklamakan vengono tenuti a bada, milioni di abitanti delle aree settentrionali della Cina possono contare su campi più fertili, energia pulita e nuove prospettive di reddito.