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I dati sulla posizione raccolti dai servizi Google sono al centro di una sanzione da 403 milioni di euro decisa dal garante irlandese della privacy, una delle più pesanti mai arrivate dall’autorità di Dublino. Oltre al pagamento, l’azienda avrà sei mesi di tempo per rimettere in ordine il modo in cui tratta queste informazioni, allineandolo a quanto prevede il GDPR. Una vicenda che parte da lontano, visto che l’indagine è stata aperta nel 2020 dopo le segnalazioni di alcune organizzazioni europee dei consumatori e ha preso in esame il periodo compreso tra maggio 2018 e febbraio 2020.
Il punto di partenza è tutto sommato banale. La localizzazione è diventata una di quelle comodità a cui nessuno rinuncia volentieri, perché senza non funzionano i navigatori, non si trovano ristoranti o luoghi di interesse nelle vicinanze e diventa complicato perfino ritrovare uno smartphone smarrito. Il problema arriva quando quelle coordinate smettono di essere un aiuto momentaneo e si trasformano in una cronologia che racconta abitudini, orari, spostamenti e interessi di una persona. Non serve nemmeno immaginare usi illeciti. Basta che quei dati vengano conservati quando la legge non lo consente.
Non una sola impostazione, ma tre
La contestazione non riguarda un singolo interruttore nascosto nelle impostazioni. Sotto esame sono finite tre funzioni diverse, che lavorano su piani differenti e che insieme compongono un quadro piuttosto dettagliato. La prima è Web & App Activity, che può memorizzare le attività svolte sui servizi dell’azienda, incluse informazioni relative alla posizione dell’utente. La seconda è Location History, che costruisce vera e propria cronologia degli spostamenti nel tempo. La terza è Location Accuracy, che consente ad Android di individuare un dispositivo con una precisione maggiore rispetto a quella ottenibile con il solo segnale GPS.
Messe insieme, queste tre voci spiegano perché l’autorità irlandese abbia parlato di un trattamento da rivedere nel complesso e non di un dettaglio tecnico da sistemare. Ogni funzione ha una logica sensata presa singolarmente, ma la somma cambia parecchio la prospettiva. Una cronologia di spostamenti arricchita da attività sui servizi e da una localizzazione più precisa del GPS descrive una persona molto meglio di quanto la persona stessa immagini.
Perché la decisione arriva dall’Irlanda
Il garante irlandese ha un ruolo particolare nel panorama europeo, perché molte grandi aziende tecnologiche hanno la loro sede continentale a Dublino e questo rende l’autorità locale il riferimento principale per le indagini che riguardano l’intero mercato europeo. È il meccanismo dello sportello unico previsto dal regolamento sulla protezione dei dati, che concentra su un solo garante la responsabilità di aprire istruttorie e comminare sanzioni valide ovunque nell’Unione.
I 403 milioni di euro si collocano quindi tra le cifre più alte mai decise da Dublino, e la parte forse più rilevante non è nemmeno l’importo. I sei mesi concessi per adeguare il trattamento dei dati sulla posizione implicano interventi concreti, che riguardano il modo in cui le impostazioni vengono presentate, quanto a lungo le informazioni restano archiviate e su quali basi giuridiche poggia la raccolta.
La segnalazione originaria era arrivata da organizzazioni dei consumatori europee, che già nel 2020 avevano messo nel mirino la gestione delle preferenze di localizzazione. Da allora il fascicolo ha seguito il suo percorso, con la finestra temporale analizzata che si ferma a febbraio 2020. Tutto ciò che è cambiato successivamente nelle interfacce e nelle policy non rientra nel perimetro dell’indagine, che resta ancorata a quei ventuno mesi.
Fonte: TecnoAndroid








