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Il primo data center spaziale in miniatura firmato Google è pronto a lasciare la Terra: giovedì primo ottobre un satellite sperimentale partirà dalla base della Space Force di Vandenberg, vicino a Santa Barbara, in California, a bordo di un razzo Falcon 9 di SpaceX. Non si tratta di un impianto vero e proprio, precisano da Mountain View, ma di un piccolo prototipo grande quanto un frigorifero, battezzato MVP, sigla che sta per Minimum Viable Product, cioè prodotto minimo funzionante. Una specie di assaggio, insomma, di come potrebbero diventare i centri di calcolo per l’intelligenza artificiale una volta portati in orbita.
Dentro quel modulo ci sono quattro chip speciali, le cosiddette Tensor Processing Units, con una potenza di calcolo paragonabile a quella di un singolo server terrestre dedicato all’AI. La differenza sta nella corazza: sono stati progettati per sopportare le vibrazioni del lancio e le radiazioni dello spazio, due nemici tutt’altro che teorici per l’elettronica. I pannelli solari forniranno un chilowatt, più o meno l’energia che serve per far funzionare un asciugacapelli.
Un anno di lavoro e cicli da quindici minuti
Il satellite resterà in orbita attorno alla Terra per sei anni, ma sarà operativo soltanto per dodici mesi. Se tutto fila liscio, risponderà a semplici domande di intelligenza artificiale inviate da terra. Poi, con ogni probabilità, cederà alla gravità e si disintegrerà rientrando nell’atmosfera, esattamente come accade ai vecchi satelliti Starlink dell’orbita bassa quando vengono rimpiazzati da modelli più recenti.
La parte più complicata, raccontano i ricercatori di Big G, è stata adattare le componenti elettroniche a un ambiente dove il vuoto e le radiazioni non perdonano. E soprattutto il raffreddamento, perché le ventole meccaniche nello spazio semplicemente non funzionano. La soluzione trovata è un sistema a strati di alluminio e rame che espelle il calore prodotto dai computer. I chip lavoreranno a cicli di circa quindici minuti, poi si spegneranno per raffreddarsi. Un ritmo lento, ma è un test.
Project Suncatcher e la corsa di Musk, Bezos e Altman
L’esperimento rientra in Project Suncatcher, il programma di ricerca con cui Google sta studiando la fattibilità di spostare i data center per l’AI fuori dall’atmosfera. Il via libera è arrivato a maggio 2025 da Sergey Brin, uno dei due fondatori dell’azienda, e dall’amministratore delegato Sundar Pichai. L’obiettivo di lungo periodo è costruire flotte di satelliti alimentati dal sole, equipaggiati con chip per l’intelligenza artificiale e collegati tra loro per gestire carichi di lavoro enormi. In Google ammettono senza giri di parole che serviranno molti anni e investimenti pesanti prima che l’idea diventi davvero operativa. Se il primo test funziona, il prossimo anno partirà una coppia di satelliti uniti, e poi si punta a formazioni ravvicinate da 80 unità.
Non è l’unico a muoversi in questa direzione. Elon Musk, Jeff Bezos e Sam Altman hanno parlato più volte di data center orbitali come risposta ai problemi di consumo di suolo, acqua per il raffreddamento ed energia che frenano gli impianti terrestri. SpaceX sta sviluppando i satelliti Starmind AI1, pensati proprio come centri di calcolo in orbita, con un sistema di elaborazione dati da circa 120 kW, alimentati a energia solare e capaci di dissipare il calore nello spazio. Per costruirli è in arrivo uno stabilimento da circa un milione di metri quadrati a Bastrop, in Texas, dove Musk si è trasferito. Il traguardo dichiarato è arrivare a circa un gigawatt di capacità di elaborazione in orbita all’anno entro la fine del 2027, bruciando sul tempo Amazon Leo di Bezos.
Restano sul tavolo parecchie incognite, dalla resistenza alle radiazioni ai costi di lancio, fino all’affollamento crescente dell’orbita bassa, quella fascia compresa tra i 200 e i 2000 chilometri di altitudine dove mancano ancora regole precise per le megacostellazioni. Oltre a Starlink e ad Amazon Leo, già in fase di lancio anche sopra l’Italia, ci sono progetti russi e cinesi di cui si sa pochissimo. Chi arriva prima, si sistema meglio. E la corsa ai data center spaziali è appena cominciata.
Fonte: TecnoAndroid








