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Provare a cercare tra le proprie immagini uno scatto di una serata con gli amici, magari fatta in un posto dove la cannabis è del tutto legale, e ritrovarsi davanti a uno schermo vuoto. Nessun risultato. È quello che sta succedendo a diversi utenti di Google Foto, che digitando parole come “weed” o “cannabis” nella barra di ricerca ottengono esattamente zero fotografie. Come se quelle immagini non fossero mai state salvate.
La segnalazione riguarda sia la ricerca classica sia quella potenziata dall’intelligenza artificiale, quella funzione chiamata Ask Photos basata su Gemini. In entrambi i casi termini come “cannabis”, “marijuana” e “joints” non restituiscono nulla, e la cosa vale a prescindere dal fatto che la sostanza sia legale o meno nel paese in cui si trova l’utente. Un blocco netto, senza distinzioni geografiche.
Il problema nasce dai filtri di Gemini
Alla radice della questione sembrano esserci i filtri di sicurezza pensati per Gemini. Il punto è che invece di funzionare come un normale motore che indicizza le foto personali, l’intelligenza artificiale legge quelle parole chiave come se fossero richieste per generare contenuti nuovi. Così applica le stesse restrizioni che scatterebbero in una chat quando qualcuno chiede informazioni su sostanze controllate. In pratica la libreria privata di ogni persona viene trattata alla stregua di un servizio pubblico da moderare, con tutto quello che ne consegue.
E qui arriva la parte più curiosa. Aggirare il blocco è banale. Basta digitare “hemp”, cioè canapa, e la ricerca funziona senza intoppi, restituendo esattamente le stesse immagini che prima venivano nascoste. Non solo. Parole come “birra”, “alcol” o “sigaretta” passano tranquillamente sia su Ask Photos sia sulla ricerca tradizionale. Una disparità di trattamento che rende difficile trovare una logica coerente dietro la scelta di Google.
Cosa non torna e cosa resta senza risposta
C’è poi un dettaglio che complica ancora di più il quadro. Anche la ricerca classica, quella che non passa da Gemini, non mostra alcun risultato. E questo, al momento, non ha una spiegazione ufficiale. L’azienda non ha ancora commentato la vicenda. Vale la pena ricordare che di recente era stato introdotto un interruttore per disattivare Ask Photos e tornare alla ricerca tradizionale, ma nemmeno quella strada sembra risolvere il problema.
Dove finisce una moderazione sensata e dove comincia invece un controllo morale sui contenuti privati delle persone è una domanda a cui Google Foto dovrebbe dare una risposta chiara, e possibilmente in fretta, prima che siano gli utenti stessi a trarre le proprie conclusioni.










