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Esiste un gene raro che sembra fare la differenza tra chi accumula grasso e chi no, e a quanto pare riguarda una persona ogni 7.000. Una variante genetica che cambia il modo in cui il fegato gestisce i grassi che circolano nel sangue, con conseguenze visibili su peso, salute epatica e livelli di zuccheri. Il dato arriva da un lavoro di dimensioni enormi, guidato dal centro Regeneron e pubblicato su Nature, che ha messo in fila il patrimonio genetico di oltre un milione di persone.
Il numero esatto fa impressione: 1.032.116 esomi sequenziati, raccolti in 11 biobanche distribuite su quattro continenti. L’esoma è quella porzione di DNA che contiene le istruzioni per costruire le proteine, la parte dove più facilmente si nascondono le mutazioni che hanno un effetto concreto sull’organismo. Passare al setaccio un campione così ampio permette di individuare varianti rarissime, quelle che in uno studio da qualche migliaio di partecipanti non salterebbero mai fuori.
Perché il fegato è al centro di tutto
La chiave di questa storia sta nel fegato, l’organo che smista i grassi in circolo e decide cosa bruciare, cosa immagazzinare e cosa rimettere in circolazione. Quando questo meccanismo si inceppa, il grasso si deposita dove non dovrebbe e il quadro metabolico peggiora, spesso in silenzio, senza sintomi evidenti per anni. Chi porta la variante identificata dal consorzio, invece, sembra avere un vantaggio di partenza: fegato pulito, glicemia sotto controllo e una linea che resiste anche a uno stile di vita non proprio esemplare.
È il classico caso della persona che tutti conoscono, quella che mangia in modo disordinato, si muove poco e continua a restare magra. Per anni la spiegazione più comune è stata la fortuna, o un generico metabolismo veloce. Ora una parte di quella fortuna ha un nome preciso e una collocazione nel genoma, il che cambia il modo in cui si guarda al problema.
Che cosa significa una variante su 7.000
Una frequenza di 1 individuo su 7.000 colloca questa variante genetica nella categoria delle rarità, ma non delle curiosità inutili. Nella ricerca sul metabolismo funziona spesso così: si parte da pochissime persone con un assetto genetico particolare e si prova a capire quale interruttore biologico sia stato spento o acceso. Quell’interruttore diventa poi il bersaglio su cui costruire eventuali terapie, pensate per chi quella fortuna genetica non ce l’ha.
Il fatto che il lavoro sia stato coordinato da Regeneron, azienda che da tempo lavora sulla genetica applicata allo sviluppo di farmaci, va letto in questa direzione. Le biobanche coinvolte, undici in tutto, hanno permesso di incrociare dati provenienti da popolazioni molto diverse tra loro, un aspetto tutt’altro che secondario visto che gran parte degli studi genetici del passato si è concentrata su gruppi piuttosto omogenei.
Resta il punto più interessante per chi legge senza camice bianco: la conferma che dietro alle differenze tra una persona e l’altra, di fronte allo stesso piatto e alla stessa vita sedentaria, ci sono meccanismi biologici precisi. Non solo forza di volontà, non solo abitudini. Il DNA pesa, e in alcuni casi pesa parecchio, come dimostra questa ricerca costruita su un campione che sfiora il milione e mezzo di dati genetici analizzati uno per uno.
La pubblicazione su Nature certifica il valore del lavoro e apre la strada agli studi successivi, quelli che dovranno chiarire nel dettaglio come la variante agisca sui grassi in circolo e se sia possibile riprodurne gli effetti per via farmacologica.









