In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Tre escursionisti sono stati soccorsi sul Monte Shasta dopo aver affidato la pianificazione della salita a Gemini, il chatbot di Google, che aveva suggerito loro percorso, scorte di cibo e quantità d’acqua da portare. Il gruppo è finito fuori rotta, ritrovandosi nel Mud Creek Canyon, dove sono poi intervenuti i ranger per il recupero. Nessuna conseguenza drammatica, ma una vicenda che racconta bene cosa succede quando un consiglio generato da un’intelligenza artificiale viene preso alla lettera in un ambiente che perdona poco.
La dinamica, nella sua semplicità, è istruttiva. Il piano c’era, la lista del materiale pure, la traccia da seguire anche. Peccato che la montagna non funzioni come una checklist. Il Monte Shasta è una cima che mette insieme quota, neve, tratti esposti e condizioni meteo capaci di cambiare nel giro di poche ore. Un itinerario che sulla carta sembra lineare, sul terreno può trasformarsi in tutt’altra cosa, soprattutto quando la visibilità cala o quando il canalone giusto assomiglia in tutto e per tutto a quello sbagliato.
Quando il chatbot diventa una guida alpina improvvisata
Il punto non è che Gemini abbia mentito. I chatbot elaborano risposte plausibili, costruite su una enorme quantità di testo, e quando qualcuno chiede come organizzare una scalata restituiscono qualcosa che somiglia molto a un piano sensato. Il problema è che quel piano non tiene conto della neve caduta la settimana prima, del livello di allenamento di chi legge, dell’orario di partenza, dello stato dei ponti di neve o di quanto sia ghiacciato un pendio all’alba. Sono esattamente le informazioni che una guida esperta o un ranger valuterebbe prima di dare il via libera.
C’è poi una questione di percezione. Una risposta scritta bene, ordinata, con elenchi puntuali di litri d’acqua e barrette, trasmette una sicurezza che il contenuto non necessariamente possiede. È la trappola più comune dell’intelligenza artificiale applicata a contesti pratici, dalla medicina fai da te fino alla montagna. Il tono suona competente, quindi si tende a fidarsi. E in un canyon come il Mud Creek Canyon, dove il terreno diventa instabile e l’uscita non è affatto ovvia, fidarsi del testo sbagliato costa caro.
Il soccorso e la lezione che resta sul campo
L’intervento dei ranger ha chiuso la faccenda nel modo migliore possibile, con i tre escursionisti riportati in sicurezza. Vale la pena ricordare che ogni recupero di questo tipo impegna persone e mezzi, spesso in condizioni non banali, e sottrae risorse ad altre emergenze. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in aree molto frequentate durante la stagione delle salite.
Chi si occupa di sicurezza in montagna ripete da sempre le stesse cose e continuano ad avere senso anche adesso. Bollettini aggiornati, informazioni raccolte da chi conosce la zona, permessi e registrazioni dove richiesti, valutazione onesta delle proprie capacità, un margine di tempo e di materiale per l’imprevisto. Strumenti come Gemini possono essere utili per farsi un’idea iniziale, per capire quali domande porre, per orientarsi tra le opzioni. Ma la decisione finale su un pendio innevato non può venire da un modello linguistico che non ha mai messo un rampone sul ghiaccio. Sul Monte Shasta è andata bene. Il gruppo è tornato a valle, la cronaca si è fermata a una disavventura e non a qualcosa di peggio.








