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Il ghiaccio delle montagne della Norvegia ha custodito per migliaia di anni un archivio silenzioso. Ora, con il disgelo provocato dal cambiamento climatico, sta restituendo frecce preistoriche che in alcuni casi potrebbero avere fino a 6.000 anni. Per lunghissimo tempo quelle distese gelate hanno funzionato come una gigantesca capsula del tempo, capace di sigillare oggetti e tracce di popolazioni lontanissime. Adesso quella capsula si sta aprendo, lentamente ma senza sosta, e ciò che affiora racconta una storia che diventa via via più antica.
Dietro questa vicenda c’è un evidente paradosso. Il punto di partenza è infatti un problema serio, cioè la trasformazione dei paesaggi montani legata al riscaldamento del clima. Eppure quello che il ritiro dei ghiacci lascia scoperto ha un valore enorme per l’archeologia. Si tratta di reperti che altrimenti sarebbero rimasti nascosti, protetti dal gelo e lontani da qualsiasi sguardo umano. Una perdita ambientale da una parte e una straordinaria occasione di conoscenza dall’altra, due facce della stessa medaglia che convivono nello stesso paesaggio.
Quarantotto frecce tra Langfonne, Storefonne e Hanklefonne

Credits: TecnoAndroid
La campagna archeologica del 2026 si è concentrata sulle montagne di Jotunheimen. Qui i ricercatori del progetto Secrets of the Ice hanno riportato alla luce 48 frecce preistoriche, distribuite in tre aree ben precise: Langfonne, Storefonne e Hanklefonne. È un numero importante, che da solo basta a far capire quanto quelle zone d’alta quota abbiano ancora da raccontare. Ogni punta, ogni asta recuperata è un frammento di vita quotidiana arrivato fino a oggi quasi per miracolo.
Le datazioni sono probabilmente il dettaglio che colpisce di più. Una parte dei reperti supera i duemila anni di età, mentre l’esemplare più antico potrebbe collocarsi in un arco compreso tra cinquemila e seimila anni fa. Parliamo di oggetti costruiti e usati in un’epoca remotissima, che il ghiaccio ha conservato in modo sorprendente. Le fotografie diffuse mostrano infatti manufatti in ottimo stato di conservazione, una prova concreta di quanto quella coltre gelata abbia fatto da scudo per millenni. Non capita spesso di poter osservare armi così antiche in condizioni simili, e proprio questo aspetto rende i ritrovamenti norvegesi tanto preziosi.
Dall’epoca vichinga a millenni prima

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C’è però un altro lato della questione che rende tutto ancora più interessante. Il punto non è soltanto l’età dei singoli reperti, ma il cambiamento che gli archeologi stanno osservando nel corso degli anni. Quando le ricerche di archeologia glaciale sono partite nella regione, circa vent’anni fa, buona parte degli oggetti recuperati apparteneva all’epoca vichinga o comunque agli ultimi duemila anni. Era già un patrimonio di grande valore, ma raccontava un passato relativamente vicino rispetto a quello che emerge adesso.

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Oggi lo scenario è diverso. Dai ghiacci norvegesi stanno affiorando materiali decisamente più antichi, come se ogni stagione di scioglimento spostasse un po’ più indietro le lancette dell’orologio. Più il fronte gelato arretra, più gli studiosi riescono a spingersi verso epoche lontane, fino a toccare testimonianze sopravvissute per migliaia di anni senza essere disturbate. È un’evoluzione che si legge chiaramente confrontando i primi ritrovamenti con quelli recenti. Le frecce recuperate a Jotunheimen sono l’esempio più recente di questa tendenza, e la più antica di tutte potrebbe sfiorare i seimila anni.
Fonte: TecnoAndroid








