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La corsa alla fibra ottica in Italia procede, ma con un vuoto che pesa parecchio: circa 3,6 milioni di civici resteranno fuori dalla connettività in fibra almeno fino al 2030. Numeri che non riguardano casi isolati sperduti tra le montagne, ma abitazioni, uffici, negozi e attività che per anni dovranno accontentarsi di tecnologie alternative o di collegamenti lenti, mentre nelle grandi città si discute già di gigabit e prestazioni al massimo.
Capire da dove esce quella cifra aiuta a inquadrare meglio la questione. L’ultima mappatura pubblica di Infratel, uscita a febbraio, contava 4,089 milioni di civici privi di copertura, né esistente né pianificata dagli operatori, con orizzonte al 31 dicembre 2028. Una fetta di questi, 1,8 milioni, era stata giudicata ammissibile al bando del Fondo Nazionale per la Connettività. Solo che FiberCop ne coprirà 477.521, e non per pigrizia: con 712,5 milioni di euro sul tavolo e un costo stimato tra i mille e i duemila euro per singolo civico, arrivare a tutti era matematicamente fuori portata. Tolti quelli assegnati a FiberCop, il conto finale arriva a 3.620.888 civici lasciati fuori da qualsiasi intervento programmato.
Regole europee, coordinate sbagliate e un rebus difficile da sbrogliare
Dentro questo quadro si nasconde un altro nodo, forse il più paradossale. Circa 1,5 milioni di civici risultano tecnicamente inammissibili per via delle regole europee sugli aiuti di Stato: se si trovano entro cinquanta metri da una rete già esistente, il denaro pubblico non può intervenire. Poco importa che, nella pratica quotidiana, la fibra in quelle case non arrivi affatto. La distanza sulla carta basta a escluderli.
Poi c’è il capitolo dei dati sbagliati. Altri 750.000 civici hanno coordinate geografiche di qualità troppo scarsa, al punto che Infratel non è riuscita nemmeno a stabilire se rientrassero o meno nei parametri previsti. L’esperto di telecomunicazioni Cristoforo Morandini segnala una generale incertezza sull’attendibilità stessa delle informazioni raccolte, viste le numerose imprecisioni emerse nelle mappature istituzionali. Tradotto: si sta ragionando su un perimetro che potrebbe pure essere diverso da quello reale. L’unico strumento previsto oggi per chi resta fuori sono i voucher fibra, contributi pubblici fino a 200 euro erogati agli operatori su richiesta degli utenti. Un incentivo pensato per convincere qualcuno a completare la copertura dove il mercato da solo non ci arriva.
Aree rurali, periferie e le alternative sul mercato
Il problema, va detto, non è soltanto tecnico. È soprattutto economico. Stendere cavi dove la densità abitativa è bassa costa e rende poco, quindi senza incentivi pubblici gli operatori privati non hanno alcuna convenienza a muoversi. Il risultato lo si vede da anni: la copertura complessiva cresce, ma il ritmo dell’espansione lascia indietro proprio le zone più complicate, cioè aree rurali, piccoli comuni e periferie. Il digital divide italiano si sposta, si assottiglia in alcune aree, ma non si chiude.
Per chi vive in una zona ancora scoperta le opzioni disponibili restano sostanzialmente due. La prima è l’FWA, la connessione wireless su frequenze fisse, pensata esattamente per i piccoli centri dove il cavo non arriva. La seconda sono i cosiddetti 5G Box, router domestici che sfruttano la rete mobile. Soluzioni che in molte situazioni garantiscono prestazioni più che accettabili per lavorare, studiare o guardare contenuti in streaming, ma che sulla stabilità e sulla velocità non riescono a reggere il confronto con una fibra vera e propria. Sul fronte commerciale il segmento si è mosso. Anche Iliad ha portato sul mercato il suo 5G Box Casa, proposto come alternativa domestica per chi non può contare su un collegamento in fibra ottica.











