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La Cina si prepara a mettere in acqua la prima piattaforma eolica galleggiante al mondo da 16 MW costruita su una struttura di tipo Tension Leg Platform, e già questo basta a spiegare perché il progetto stia attirando attenzione ben oltre i confini asiatici. Il concetto è semplice da raccontare, molto meno da realizzare, e riguarda una delle questioni più spinose dell’energia eolica in mare, ovvero la profondità dei fondali.
Le turbine ancorate direttamente al fondo funzionano bene, questo va detto, ma solo finché il mare resta relativamente basso. Vicino alla costa i costi tengono, l’installazione è gestibile, la manutenzione pure. Poi si scende oltre qualche decina di metri e il quadro cambia in fretta. Le fondazioni diventano opere ingegneristiche enormi, i preventivi salgono, e in certi casi il progetto semplicemente non sta più in piedi. Il paradosso è che proprio là fuori, lontano dalla riva, il vento è più forte e soprattutto più costante. Ed è la costanza a fare la differenza, perché una turbina che gira in modo regolare produce molta più elettricità di una che si ferma e riparte in continuazione.
Perché il galleggiante cambia le regole del gioco
Da qui nasce l’interesse crescente per le piattaforme galleggianti, che rovesciano l’impostazione classica. Invece di piantare la turbina sul fondale, la si appoggia su una struttura che sta a galla e viene tenuta in posizione da un sistema di ancoraggio. Il risultato pratico è che si possono raggiungere tratti di mare finora esclusi dai piani di sviluppo, aree immense che oggi restano inutilizzate per la produzione di energia rinnovabile semplicemente perché nessuno riesce a costruirci sopra a costi ragionevoli.
Non è una soluzione priva di complicazioni, sia chiaro. Una struttura che galleggia deve reggere onde, correnti e raffiche senza oscillare troppo, perché una turbina da diversi megawatt ha bisogno di stabilità per lavorare bene. È qui che entra in scena la scelta tecnica adottata dal progetto cinese.
Come funziona la struttura Tension Leg Platform
La Tension Leg Platform, spesso abbreviata in TLP, si basa su un principio abbastanza intuitivo. La piattaforma tenderebbe naturalmente a salire, spinta verso l’alto dalla propria galleggiabilità, ma viene trattenuta da lunghi cavi d’acciaio ancorati al fondale e mantenuti costantemente in tensione. Il tiro verso il basso e la spinta verso l’alto si bilanciano, e il risultato è una struttura molto più ferma rispetto ad altre soluzioni galleggianti, con movimenti verticali ridotti al minimo.
Per una turbina è una condizione ideale, perché significa meno sollecitazioni sui componenti, meno stress meccanico e una produzione più regolare. La sfida, semmai, sta nell’affidabilità del sistema di ancoraggio, che deve restare in tensione per anni in un ambiente tra i più ostili che esistano.
I 16 MW dichiarati collocano il progetto nella fascia alta delle turbine oggi in circolazione, e il fatto che una potenza simile venga montata su una piattaforma di tipo TLP rappresenta un primo assoluto. Nessuno finora aveva combinato queste due cose, ed è proprio questo a rendere l’iniziativa un banco di prova interessante per capire quanto lontano possa spingersi l’eolico offshore.
Il messaggio implicito è piuttosto chiaro. Se la formula funziona, il limite della profondità smette di essere un ostacolo insormontabile e diventa una variabile come tante altre, da gestire con l’ingegneria giusta. E davanti si aprono porzioni di oceano che finora nessuno aveva potuto nemmeno prendere in considerazione per installarci una turbina eolica.









