In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Il price cap Eni sui carburanti, con un tetto fissato a 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 euro per la benzina, ha subito provocato la reazione dei gestori degli impianti. A farsi sentire è la Figisc, la Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti che aderisce a Confcommercio. In una nota intitolata “Qualche riflessione a caldo” la federazione ha analizzato gli effetti di un’operazione che senza dubbio dà respiro agli automobilisti italiani, messi a dura prova dai continui rincari alla pompa. Allo stesso tempo però rischia di sconvolgere l’intera filiera della distribuzione e di mettere in seria difficoltà migliaia di stazioni di servizio indipendenti.
Eni al posto dello Stato sulle accise
La decisione del gruppo, seguita a stretto giro da un’iniziativa analoga di IP, arriva a pochi giorni dalla fine dei tagli sulle accise statali, prevista per il 5 ottobre. Il tempismo non è casuale agli occhi della federazione. Proprio mentre il sostegno pubblico viene meno a causa dei vincoli di bilancio, l’azienda partecipata dallo Stato interviene in prima persona sul mercato. Secondo la Figisc, in questo modo Eni finisce per «surrogare lo Stato sulle accise» e per «togliere le castagne dal fuoco al posto dello Stato».
C’è poi un altro aspetto che la nota mette in evidenza. La mossa permette alla compagnia di guadagnare volumi di vendita e consensi tra i consumatori, ma nello stesso tempo lascia in ombra il dibattito politico sulla tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Un tema che fino a poco tempo fa occupava parecchio spazio nella discussione pubblica e che ora rischia di passare in secondo piano.
Concorrenza sleale e distributori indipendenti ai margini
Il vero nodo riguarda però gli equilibri competitivi della rete distributiva, già piuttosto delicati. La Figisc riferisce che da più parti si parla apertamente di «posizione dominante, dumping e concorrenza sleale». A pagare il conto sarebbero soprattutto i gestori e i distributori indipendenti, che non dispongono dei margini necessari per allinearsi al calmiere e che quindi rischiano concretamente di essere spinti fuori dal mercato. Resta aperto anche il capitolo delle altre major petrolifere. IP si è già accodata a Eni e la domanda su cosa faranno le altre compagnie è tutt’altro che secondaria.
I timori non si fermano agli operatori indipendenti ma toccano anche i gestori affiliati a Eni. Il taglio dei listini comporta infatti una svalutazione immediata del carburante già acquistato e stoccato nei serbatoi delle stazioni. La federazione richiama inoltre quanto successo in Francia con un provvedimento simile di TotalEnergies e mette in guardia sul pericolo di una carenza di scorte. Con un forte aumento della domanda atteso presso la rete Eni, garantire i rifornimenti potrebbe diventare tutt’altro che semplice.
Sulle cause dei rincari la Figisc condivide l’analisi più diffusa, che chiama in causa le crisi geopolitiche e la ridotta capacità di raffinazione europea e italiana. Non risparmia però una critica alle scelte affrettate del passato. Secondo la federazione le compagnie storiche hanno smesso di investire nel settore per dedicarsi a operazioni di facciata, lasciando il sistema Paese senza adeguate protezioni proprio quando sarebbero servite di più.
Fonte: TecnoAndroid








