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Il caso Elimobile finito sul tavolo di AGCOM racconta una vicenda che chiunque abbia cambiato operatore può capire al volo: una richiesta di portabilità presentata nei tempi giusti, tre tentativi respinti uno dopo l’altro e, alla fine, un numero di telefono andato perso per sempre. L’Autorità, con la determina direzionale 51/26/DTC/CW, ha riconosciuto la responsabilità di Aziende Riunite Telefonia ed Intrattenimento, la società che nel 2024 aveva rilevato Elimobile, disponendo un risarcimento a favore del cliente rimasto senza numero.
La ricostruzione è lineare, quasi banale nella sua meccanica, ed è proprio questo a renderla interessante. L’utente, informato che i servizi stavano per chiudere i battenti, aveva chiesto nel febbraio 2025 di spostare il proprio numero da Elimobile a TIM. Fin qui tutto regolare.
Tre richieste di portabilità, tre rifiuti
TIM ha inoltrato le domande il 13, il 17 e il 22 febbraio. Tutte e tre sono state respinte dall’operatore di provenienza, con la motivazione della mancata corrispondenza tra numero e dati anagrafici. Un dettaglio, però, emerge dal procedimento e fa un certo effetto: almeno una parte di quegli scarti potrebbe essere stata causata dal codice fiscale registrato in minuscolo invece che in maiuscolo nei sistemi di Elimobile. Una differenza invisibile a occhio umano, fatale per i sistemi automatici che gestiscono il passaggio tra operatori.
Da lì in poi la situazione si è avvitata. Con l’interruzione dei servizi e la successiva disattivazione della SIM, chiedere la portabilità è diventato tecnicamente impossibile. Il numero, semplicemente, non c’era più. Nemmeno l’intervento del Corecom Umbria ha cambiato le cose: un provvedimento urgente ordinava ad ARTI di riattivare i servizi entro l’1 aprile 2025, ma quell’ordine è rimasto lettera morta.
Le comunicazioni arrivate troppo tardi
Il punto più pesante della decisione di AGCOM riguarda però il modo in cui la chiusura è stata comunicata ai clienti. Secondo l’Autorità, ARTI avrebbe avvisato la propria utenza in ritardo, nonostante fossero già arrivate richieste di vigilanza in precedenza. L’azienda si è mossa solo nel gennaio 2025, con email e telefonate rivolte a circa 40mila utenze. Considerando che il distacco era fissato per il 28 febbraio, il margine di manovra per chi doveva organizzarsi era davvero risicato.
Ancora più tardiva la comunicazione passata attraverso la piattaforma di WindTre, l’operatore wholesale che forniva la rete. Quella è partita il 19 febbraio, appena nove giorni prima dello spegnimento, e per di più ha raggiunto soltanto una parte dei clienti. Non tutti, quindi, hanno ricevuto l’avviso attraverso quel canale.
La posizione dell’Autorità
AGCOM ha definito la condotta non conforme alle proprie richieste e ai criteri di ordinaria diligenza. Il ragionamento è semplice da seguire: informare in ritardo significa comprimere il tempo che gli utenti hanno per attivare la portabilità e per garantirsi la continuità del servizio. Chi scopre all’ultimo momento che il proprio operatore sta chiudendo ha oggettivamente meno possibilità di salvare il numero, soprattutto se poi la procedura si inceppa per un dettaglio formale nei dati anagrafici.
Il risultato, in questo caso, è stato il peggiore possibile per il cliente: nessuna portabilità completata, SIM disattivata, numero perso. Da qui il riconoscimento della responsabilità di ARTI e il conseguente indennizzo stabilito dall’Autorità con la determina.
Fonte: TecnoAndroid








