Qualcosa si è rotto nel modo in cui vengono girati i film oggi, e sempre più spettatori se ne accorgono anche senza saperlo spiegare a parole. Il fenomeno ha già un soprannome, l’effetto Netflix, e sta cambiando l’estetica cinematografica sostituendo la magia della luce studiata con una perfezione digitale che, per quanto pulita, finisce per risultare meno credibile di quanto lo fossero i film di vent’anni fa. Critici, registi e pubblico hanno iniziato a notare che a molte grandi produzioni manca qualcosa: la texture, la profondità, quel senso di volume che rendeva vive le immagini.
Il cuore della questione sta in una distinzione tecnica che sembra essersi persa nei grandi studi. C’è una differenza enorme tra illuminare una scena e semplicemente rischiararla. Oggi gli schermi si riempiono di film e serie illuminati con la stessa monotonia di un ufficio o di uno studio televisivo. Basta confrontare Il diavolo veste Prada degli anni Duemila, con i suoi colori intensi e il contrasto marcato, con il recente seguito, dove la luce piatta e brillante fa sembrare tutto un reality. All’estremo opposto, la scarsa capacità di gestire il buio ci ha regalato episodi rimasti tristemente famosi, come La lunga notte de Il Trono di Spade, dove l’oscurità totale impediva di distinguere praticamente nulla.
Quando il digitale cancella l’imperfezione
L’arrivo massiccio della tecnologia digitale ha spazzato via l’imperfezione artigianale in favore di un’immagine teoricamente perfetta ma vuota. Lo dimostrano casi come Lo Hobbit e Jurassic World: pur avendo molta più tecnologia dei loro predecessori, Il Signore degli Anelli e Jurassic Park, le loro texture e creature sembrano finte e distruggono l’immersione. Durante le riprese de Lo Hobbit attori del calibro di Ian McKellen hanno sofrto lavorando da soli, circondati da schermi verdi, i cosiddetti croma. Una tecnica di cui oggi si abusa dietro la pericolosa formula “non preoccuparti, lo sistemiamo in postproduzione”. Il problema, curiosamente, non è la CGI in sé. Decenni fa si ottenevano effetti straordinari con meno risorse, basti pensare a Davy Jones dei Pirati dei Caraibi o allo stesso Gollum.
Non è colpa della mancanza di talento
La cosa più allarmante è che questa crisi visiva non nasce da un’improvvisa scarsità di talento. La prova del nove sta in Il Gladiatore e nel suo seguito, Il Gladiatore 2. Stesso regista, Ridley Scott, stesso direttore della fotografia, John Mathieson. Eppure il primo trabocca di texture, ombre con volume e una polvere di sabbia che si sente organica, mentre il seguito cede a un ambiente digitale troppo pulito. Gli strumenti moderni e la tendenza alla pulizia visiva hanno diluito l’intenzione artistica.
A questa crisi cromatica si aggiunge la questione dell’ottica. Oggi si abusa delle sfocature estreme, convinti che isolare il soggetto e cancellare lo sfondo dia un’aria “cinematografica”. Il risultato distrugge l’immersione spaziale e ignora l’eredità di maestri come Orson Welles, che in Quarto potere dominava il Deep Focus per tenere nitidi tutti gli spazi. Questa ossessione è stata una delle critiche principali a progetti recenti come L’Odissea, dove gli stessi tecnici faticavano a mantenere a fuoco gli attori.
Gli esseri umani hanno bisogno di imperfezione per provare empatia. Mondi immaginari come Star Wars funzionano proprio perché sembrano organici, fatti da mani umane. Quando si sommano la fretta degli studi, le sceneggiature mediocri, l’eccesso di schermi verdi e l’esigenza commerciale di far vedere tutto anche su un telefono, il risultato è quel piatto e artificiale effetto Netflix.


