In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
Una proposta di legge che punta dritta alla superintelligenza artificiale sta facendo discutere Washington, perché prevede fino a 20 anni di carcere per chi decidesse di andare avanti comunque. A firmarla sono i senatori Bernie Sanders e Greg Cezar, che hanno presentato il Ban Artificial Superintelligence Act, un testo pensato per mettere in pausa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale più avanzata e per punire severamente chi dovesse violare i divieti. La pena, per intenderci, è la stessa che toccherebbe a chi venisse riconosciuto colpevole di progettare un’arma nucleare fuori da ogni controllo.
Non è un dettaglio da poco, e spiega perché il disegno di legge sia già stato definito il provvedimento più estremo mai presentato sul tema. Il ragionamento dietro a numeri così pesanti è semplice nella sua brutalità: se il rischio è di categoria nucleare, allora anche la sanzione deve esserlo.
Cosa prevede davvero il Ban Artificial Superintelligence Act
Il testo completo si chiama Ban Artificial Superintelligence and Temporarily Pause Advanced AI Development, e già dal nome si capisce l’impostazione. Da una parte il divieto vero e proprio, dall’altra una sospensione temporanea dello sviluppo dei sistemi più potenti. Per farlo funzionare, la proposta chiede al governo di creare una nuova agenzia federale di livello ministeriale, con il compito esplicito di proteggere i cittadini dai pericoli dell’intelligenza artificiale e di far rispettare il divieto sulla superintelligenza.
C’è poi un secondo fronte, quello internazionale. I due senatori non si limitano al perimetro statunitense: nel testo si parla di lavorare per mettere al bando la superintelligenza a livello globale, attraverso accordi internazionali e coordinamento con i Paesi alleati. Un approccio che ricalca, ancora una volta, la logica dei trattati sulla non proliferazione.
Le probabilità che una cosa del genere passi in Congresso, però, non sembrano altissime. L’opposizione è attesa sia tra i democratici più vicini al mondo delle imprese sia tra i repubblicani allineati a Trump. Eppure qualcosa si muove: diverse dichiarazioni recenti arrivate dai vertici dell’industria vanno nella direzione di rallentare la corsa e di chiedere più controlli, il che potrebbe creare un terreno comune piuttosto raro di questi tempi.
Accelerare o frenare, il dibattito resta aperto
Il punto interessante è che nomi come Sam Altman, Dario Amodei ed Elon Musk sembrano condividere almeno in parte l’allarme. Chi segue la vicenda da fuori potrebbe trovarlo sorprendente, visto che si tratta esattamente delle persone che stanno costruendo questi sistemi. Il dibattito, in realtà, ha argomenti solidi da entrambe le parti.
Da un lato è difficile sostenere che gli Stati Uniti debbano rallentare, se si guarda alla questione con la lente della sicurezza nazionale. Chi frena rischia di farsi superare, e in un settore del genere il vantaggio tecnologico pesa. Dall’altro lato, se davvero il rischio fosse l’estinzione dell’umanità, allora le preoccupazioni geopolitiche diventano improvvisamente piccole piccole. È il classico vaso di Pandora, con la differenza che qui nessuno sa bene cosa contenga.
Il sospetto dietro la svolta dei big dell’AI
Non manca chi legge questa improvvisa conversione alla regolamentazione con un certo scetticismo. Alcuni critici sostengono che i grandi nomi dell’AI stiano semplicemente finendo la strada davanti a sé, incapaci di far quadrare gli enormi investimenti privati con percorsi credibili verso la redditività.
Da qui l’ipotesi: spostare il modello di finanziamento dal privato al pubblico, immaginando una sorta di secondo Progetto Manhattan in cui le tecnologie più potenti finirebbero sotto la custodia dello Stato. Una prospettiva che cambierebbe radicalmente gli equilibri del settore, e che nel disegno di legge di Sanders trova, indirettamente, un possibile appiglio.








