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Tre droni sospettati di operare per conto dei cartelli messicani sono stati abbattuti da un laser ad alta energia dell’esercito statunitense lungo il confine meridionale, in un’operazione condotta tra la sera di martedì e la mattina di mercoledì. A occuparsene è stato l’Army Multipurpose High Energy Laser System, sistema in dotazione allo US Northern Command, che ha neutralizzato i velivoli senza pilota nel giro di poche ore. Nessun missile, nessun proiettile, solo un fascio di energia diretta.
La motivazione dietro l’intervento è stata spiegata dal maggior generale Curtis Taylor, comandante della Joint Task Force che presidia l’area di confine. Le reti dei cartelli, ha dichiarato, ricorrono sempre più spesso a sistemi aerei senza pilota per agevolare il traffico di esseri umani e per spiare attivamente il personale militare e i partner delle forze dell’ordine. Da qui la scelta di combinare contromisure a più livelli con capacità avanzate di energia diretta, come appunto il sistema laser, per far capire che la sorveglianza ostile non verrà tollerata.
Droni dei cartelli: un confine sempre più conteso, anche dall’alto
Non è chiaro se i droni dei cartelli siano stati colpiti sopra lo spazio aereo statunitense o messicano. Un portavoce militare si è limitato a spiegare che le azioni sono state intraprese in coordinamento con tutti i partner che operano lungo la frontiera, una formula che lascia parecchie porte aperte. Sugli abbattimenti recenti l’esercito ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli, citando la sicurezza operativa e le operazioni ancora in corso.
Vale la pena ricordare che non è la prima volta che un’arma laser viene impiegata per difendere lo spazio aereo americano, e i precedenti non sono stati proprio brillanti. A febbraio il Pentagono aveva usato un sistema simile dopo aver rilevato e abbattuto bersagli aerei non identificati. Ne era seguita la chiusura d’emergenza di un grande aeroporto, con disagi enormi, e alla fine si era scoperto che gli obiettivi erano semplici palloncini da festa. Un paio di settimane dopo, altro intervento con armi laser, stavolta contro un drone vero. Peccato che appartenesse alla Customs and Border Protection e non ai narcotrafficanti. Stavolta, quantomeno, sembra che i bersagli fossero quelli giusti.
Perché i laser stanno diventando la risposta preferita ai droni
Gli Stati Uniti non sono soli su questo fronte. Il Regno Unito ha annunciato che installerà il suo DragonFire sui cacciatorpediniere della Royal Navy entro il 2027, mentre la Cina ha sviluppato un sistema laser anti drone portatile, delle dimensioni di uno zaino, capace di colpire bersagli fino a circa 490 metri di distanza. Tecnologie diverse, stessa logica di fondo.
Il punto vero è economico. Questi apparati costano parecchio in fase di acquisto, ma poi sono nettamente più convenienti da usare rispetto ai tradizionali sistemi portatili di difesa aerea, i cosiddetti MANPADS. Ogni colpo può costare appena 12 euro, contro le migliaia o addirittura i milioni di euro necessari per un missile. Una differenza che cambia completamente i calcoli quando si tratta di abbattere velivoli piccoli, economici e prodotti in serie.
Ed è esattamente qui che sta il nodo della difesa anti drone contemporanea. L’uso efficace dei droni sul campo di battaglia è diventato evidente a tutti grazie agli ucraini, che se ne sono serviti per difendersi da un esercito russo enormemente più grande. Da allora, sparare un missile costosissimo contro un oggetto volante che vale una frazione di quella cifra ha smesso di avere senso.
La tecnologia, peraltro, sta scendendo di scala rapidamente. Anche un civile può procurarsi un sistema di difesa laser in miniatura per circa 900 euro, pensato per proteggere la casa dagli insetti volanti. Stessa idea, obiettivi decisamente meno pericolosi dei velivoli usati dai cartelli lungo il confine.










