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DEEP Robotics, il cane robot filma le antilopi a 4.700 metri

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Un cane robot che cammina tra un branco di antilopi tibetane senza farle scappare non è una scena da film di fantascienza, ma quello che è successo davvero nella riserva naturale di Serling Tso, in Cina, dove la quadrupede di DEEP Robotics ha seguito e filmato gli animali durante la migrazione. L’idea di fondo è semplice quanto vecchia come la zoologia stessa: per studiare un animale selvatico bisogna avvicinarsi, ma più si avvicina il ricercatore, più cambia il comportamento che vorrebbe osservare. Un paradosso che nessun quaderno di appunti ha mai risolto.

Negli anni gli strumenti si sono moltiplicati. Teleobiettivi da capogiro, fototrappole piazzate lungo i sentieri, poi i droni, che hanno ridotto parecchio il problema della distanza. Restano però macchine estranee all’ambiente dell’animale, qualcosa che ronza sopra la testa o scatta da lontano. E c’è un altro ostacolo, decisamente più fisico: quando il terreno di lavoro si trova a quasi 4.700 metri di quota, tra permafrost, prati morbidi e pendii coperti di ghiaia, arrivare fin lassù e restarci è già un’impresa a sé.

Il Lynx M20 sul terreno più difficile dell’altopiano

Qui entra in gioco il Lynx M20, il modello scelto da DEEP Robotics per l’esperimento. La logica è che un robot con quattro zampe se la cava dove le ruote si piantano e dove un operatore umano fatica a muoversi con l’attrezzatura sulle spalle. Ghiaia instabile, terreno cedevole, pendenze: sono esattamente le condizioni in cui una piattaforma a gambe mostra il proprio vantaggio, perché può adattare l’appoggio passo dopo passo invece di scivolare o affondare.

La differenza rispetto agli altri strumenti sta nel punto di vista. Il cane robot non osserva da sopra e non aspetta immobile che qualcosa passi davanti all’obiettivo. Si muove dentro l’ambiente, alla stessa altezza degli animali, seguendoli mentre loro fanno quello che devono fare. Un modo di riprendere che restituisce immagini diverse, più ravvicinate, senza che ci sia una persona a pochi metri di distanza a fare da elemento di disturbo.

Perché la stagione migratoria è il momento giusto

Il calendario non è stato scelto a caso. Tra luglio e settembre grandi branchi di antilopi tornano nella zona portando con sé i piccoli appena nati, e questo rende quelle settimane la finestra più preziosa dell’anno per chi studia la specie. È il momento in cui si possono documentare tre cose insieme: la migrazione, i comportamenti alimentari e l’allattamento dei cuccioli. Materiale che di solito richiede appostamenti lunghi e una presenza umana costante nei paraggi.

Con il quadrupede al posto dell’operatore, quella presenza si riduce al minimo. I ricercatori possono restare più indietro, lasciando che sia la macchina ad avvicinarsi e a raccogliere le riprese. Per animali che nascono e crescono in un ambiente estremo, con i piccoli nelle prime settimane di vita, la questione non è secondaria: meno interferenze significa dati più affidabili e meno stress per il branco.

L’esperimento di Serling Tso resta un caso singolo, ma indica una direzione già abbastanza chiara. I robot quadrupedi sono usciti dai laboratori e dalle dimostrazioni acrobatiche per finire in contesti dove servono davvero, dalle ispezioni industriali alle emergenze, e ora anche sull’altopiano tibetano con una telecamera al posto degli strumenti di misura. Le antilopi, a giudicare dalle immagini raccolte, non sembrano essersene curate più del necessario.

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