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Dolmen di Menga, il megalite più antico di Stonehenge e Giza

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Il dolmen di Menga, il megalite spagnolo che se la gioca alla pari con Stonehenge, sta in piedi da circa 6.000 anni alle porte di Antequera, in Andalusia, e continua a essere uno di quei monumenti che mettono in crisi le idee comode sulla preistoria. Un gruppo di ricerca dell’Università di Siviglia ha provato a ricostruire come una comunità priva di qualsiasi esperienza precedente sia riuscita a mettere insieme una struttura che, semplicemente, non è mai crollata.

Chi arriva davanti all’ingresso si trova di fronte a una parete di pietra che sembra lì da sempre, e in fondo la sensazione non è così lontana dalla realtà. Il monumento è più antico della grande piramide di Giza di oltre mille anni, e precede la fase megalitica di Stonehenge di un intervallo simile. Le sue 32 pietre pesano complessivamente 1.140 tonnellate.

Numeri che raccontano più di una leggenda

Sono cifre che vale la pena leggere con calma, perché dicono qualcosa di preciso su chi ha lavorato ad Antequera. Non si tratta di una manciata di massi appoggiati uno sull’altro, ma di un insieme coerente in cui ogni elemento pesa e spinge, e in cui un errore di calcolo si sarebbe pagato subito, con un cedimento immediato o al massimo nel giro di qualche generazione. Invece niente. Sei millenni dopo, la copertura è ancora al suo posto.

Il paragone con le costruzioni più celebri del mondo antico serve a inquadrare la questione temporale. Quando in Egitto si iniziava a pensare alle piramidi, il dolmen andaluso era già lì da tempo. Stesso discorso per il celebre cerchio di pietre inglese, che nella sua versione più conosciuta arriva dopo. Il che ribalta la gerarchia mentale con cui di solito si guarda alla preistoria europea, dove il sud della penisola iberica finisce spesso relegato ai margini della narrazione, quando invece qui c’è uno dei manufatti in pietra più imponenti e meglio conservati del continente.

Costruttori senza manuale di istruzioni

Il punto più interessante del lavoro condotto dall’Università di Siviglia riguarda proprio le persone. Non tecnici formati da secoli di tradizione costruttiva, non maestranze specializzate che tramandavano segreti di mestiere, ma una comunità che affrontava quel tipo di sfida per la prima volta. Nessun precedente a cui guardare, nessun modello da copiare, nessuna esperienza accumulata su cui appoggiarsi.

Eppure il risultato è una struttura che ha attraversato indenne sei millenni di intemperie, terremoti potenziali, cambiamenti climatici, guerre e trasformazioni del paesaggio circostante. Le 1.140 tonnellate complessive delle 32 pietre continuano a scaricare i loro carichi esattamente come previsto da chi le ha posizionate quando la scrittura ancora non esisteva.

C’è una differenza sostanziale tra costruire qualcosa che funziona e costruire qualcosa che dura. La prima è una questione di forza e organizzazione, la seconda richiede un’intuizione più profonda su come si comportano i materiali nel tempo lungo. Le persone che hanno alzato il dolmen di Menga avevano evidentemente entrambe le cose, pur partendo da zero.

Il monumento resta oggi uno dei pochi luoghi dove si può toccare con mano il lavoro di comunità che non hanno lasciato testi, nomi o cronache, ma solo pietra sistemata con una precisione che continua a reggere. Le 32 pietre sono ancora tutte al loro posto, esattamente dove qualcuno le ha volute seimila anni fa.

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