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Capita ancora, e non raramente, che un IBAN non italiano venga rifiutato da un’azienda, da una banca o da un ente pubblico solo perché il codice inizia con due lettere diverse da “IT”. Una pratica che le norme europee vietano da anni, ma che nella realtà quotidiana continua a bloccare stipendi, domiciliazioni e bonifici. Altroconsumo ha deciso di portare la questione alla Camera dei deputati, presentando i risultati della campagna lanciata a febbraio insieme alla raccolta di segnalazioni arrivate dai cittadini. I numeri raccontano un fenomeno tutt’altro che marginale, con circa 1.200 firme sulla petizione e oltre 100 racconti dettagliati di casi concreti.
L’incontro si è tenuto il 15 settembre, promosso da Altroconsumo insieme a Satispay, e ha visto attorno allo stesso tavolo rappresentanti di Banca d’Italia, dell’Antitrust e della Commissione Finanze della Camera. Un confronto che nasce da un problema tecnico solo in apparenza, perché dietro il rifiuto di un codice bancario si nascondono conseguenze molto pratiche per chi ne subisce le conseguenze.
Cosa significa discriminazione dell’IBAN e perché è illegale
La cosiddetta discriminazione dell’IBAN si verifica quando un’impresa, un’amministrazione o una piattaforma online rifiuta un conto corrente esclusivamente perché il suo codice non è nazionale, pur essendo perfettamente valido e raggiungibile all’interno dell’area SEPA. Non si tratta di una zona grigia della normativa. L’articolo 9 del Regolamento europeo 260/2012 stabilisce in modo esplicito che per i bonifici e gli addebiti diretti in euro non si può fare alcuna distinzione in base al Paese in cui il conto è stato aperto. Se un IBAN funziona in Germania, in Lussemburgo o in Lituania, deve funzionare anche in Italia, senza ulteriori richieste e senza scuse legate ai sistemi informatici.
Il punto è che la norma esiste da oltre un decennio, ma l’applicazione resta a macchia di leopardo. Molti gestionali aziendali sono stati programmati per accettare soltanto codici nazionali, altri operatori si nascondono dietro procedure interne mai aggiornate. Il risultato, per il cittadino, è identico: un pagamento che non passa, un modulo che non si completa, una pratica che si blocca.
Bollette, stipendi e F24 tra i casi più segnalati
Le segnalazioni raccolte da Altroconsumo riguardano sia i pagamenti in uscita sia gli accrediti in entrata, e coinvolgono soggetti molto diversi tra loro. Aziende private, banche, università, enti pubblici. Nessuna categoria sembra immune.
I disservizi più frequenti toccano le domiciliazioni di bollette e servizi, quelle che dovrebbero essere le operazioni più automatiche e meno problematiche del rapporto tra cliente e fornitore. Seguono l’accredito di stipendi e pensioni, situazione particolarmente delicata per chi lavora o ha lavorato all’estero e mantiene un conto fuori dai confini nazionali. Poi ci sono i bonifici ordinari, il pagamento delle tasse tramite modello F24 e, in alcuni casi raccontati dagli utenti, persino l’accesso a finanziamenti negato per lo stesso motivo.
Interessante anche la geografia dei codici rifiutati. Gli IBAN più spesso segnalati arrivano dal Lussemburgo, seguiti da quelli lituani e da IBAN formalmente italiani ma collegati a operatori con sede all’estero. Un dettaglio che dice molto su come il fenomeno colpisca soprattutto i clienti di banche digitali e di istituti di pagamento europei, quelli che negli ultimi anni hanno conquistato milioni di utenti proprio grazie alla promessa di un mercato unico dei servizi finanziari.
Fonte: TecnoAndroid








