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Diamondiyne, creata in laboratorio la nuova forma del diamante

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Si chiama diamondiyne ed è la nuova struttura del diamante che un gruppo di scienziati è finalmente riuscito a realizzare in laboratorio, dopo anni in cui era rimasta soltanto un’ipotesi sulla carta. Teorizzata a lungo, discussa, modellata al computer, ma mai ottenuta davvero: adesso il passaggio dalla teoria alla materia è avvenuto, e il risultato promette di mettere in comunicazione due filoni della chimica che hanno già portato a casa un premio Nobel.

Il punto interessante non è soltanto l’aver aggiunto un nome nuovo all’elenco delle forme che il carbonio può assumere. È il fatto che quel nome fosse già scritto nei modelli teorici da parecchio tempo, con tutte le previsioni del caso su come avrebbe dovuto comportarsi una simile architettura atomica, senza però che nessuno riuscisse a costruirla fisicamente. La distanza tra il prevedere una struttura e il tenerla tra le mani, nella chimica dei materiali, può essere enorme.

Diamondiyne: perché una nuova forma del diamante conta

Il diamante, per come lo conosciamo, è una delle configurazioni più ordinate e resistenti in cui gli atomi di carbonio possano disporsi. Cambiare quella disposizione, anche di poco, significa cambiare le proprietà del materiale che ne esce. Ed è esattamente qui che si inserisce il diamondiyne: una struttura del diamante diversa da quella classica, progettata a tavolino e ora concretizzata, con un’impalcatura atomica che segue regole proprie.

Il nome stesso racconta l’origine dell’idea. Da una parte il diamante, con la sua geometria tridimensionale rigidissima. Dall’altra la terminazione che rimanda a un modo particolare di legare gli atomi di carbonio tra loro, tipico di una branca della chimica che negli ultimi anni ha ricevuto riconoscimenti ai massimi livelli. Unire i due mondi vuol dire immaginare materiali che conservino qualcosa della solidità del diamante pur avendo un’organizzazione interna completamente ripensata.

Due strade della chimica che si incontrano

La parte più suggestiva di questa storia riguarda proprio la possibilità di far convergere due percorsi di ricerca premiati con il Nobel per la chimica, percorsi che finora avevano viaggiato su binari separati. Da un lato lo studio delle forme del carbonio e delle loro architetture, dall’altro le tecniche che permettono di costruire molecole complesse collegando pezzi tra loro in modo preciso e prevedibile. Il diamondiyne si presenta come il punto in cui questi due approcci possono finalmente parlarsi.

Per la ricerca sui materiali è il tipo di risultato che apre porte più che chiuderle. Ogni volta che una struttura teorizzata diventa reale, i modelli possono essere verificati sul campo, corretti dove sbagliavano, estesi dove funzionavano meglio del previsto. E soprattutto, una volta trovato un metodo per arrivare a una certa architettura atomica, quello stesso metodo tende a diventare la base per tentarne altre.

C’è poi la questione, tutt’altro che secondaria, della riproducibilità. Una nuova struttura annunciata in laboratorio vale nella misura in cui altri gruppi riescono a ottenerla, misurarla, confrontarne le proprietà con quelle calcolate. È il passaggio che trasforma una curiosità sperimentale in un materiale utilizzabile, e che di solito richiede tempo e parecchie ripetizioni.

Per ora il dato concreto è uno soltanto, ed è già notevole di suo: quella che per anni era esistita solo come previsione teorica, un’ipotesi elegante scritta in forma di modello, ha smesso di essere un’ipotesi. Il diamondiyne esiste.

Fonte: TecnoAndroid

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