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Deepfake, l’esperto avverte: non possiamo più fidarci di ciò che vediamo

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I casi di deepfake che nelle ultime settimane hanno toccato anche figure istituzionali hanno rimesso sul tavolo una questione che si fa più spinosa mano a mano che i modelli di AI generativa diventano più raffinati. Il punto non è più accorgersi di una fotografia ritoccata male o di un video con qualche movimento sbagliato. Immagini, voci e filmati sintetici hanno raggiunto un livello di credibilità che manda in confusione anche occhi allenati, quelli di chi passa le giornate a guardare materiale digitale con sospetto professionale.

Il ragionamento, allora, cambia direzione. Se qualunque contenuto digitale può essere modificato, riscritto o generato da zero, stabilire cosa sia autentico diventa un esercizio sempre più faticoso. Ne abbiamo parlato con Fabio Ugolini, CEO e Founder di TrueScreen, azienda italiana che si muove nel campo della cosiddetta Data Authenticity, ovvero la possibilità di certificare origine, integrità e provenienza di foto, video, documenti e altri dati digitali.

Il vero salto non è tecnico, è di accessibilità

Secondo Ugolini la differenza rispetto a pochi anni fa sta meno nella sofisticazione degli algoritmi e molto più nella facilità con cui ci si arriva. Una voce si clona partendo da pochi secondi di registrazione. Un volto si sostituisce dentro un video senza particolari competenze. Una fotografia costruita interamente dal software può passare per uno scatto vero, fatto in un pomeriggio qualsiasi con un telefono qualsiasi.

“La differenza rispetto a qualche anno fa non è tanto nella tecnica, è nell’accessibilità. Strumenti che richiedevano competenze avanzate oggi si trovano in un’app gratuita, con risultati pronti in pochi minuti. Nel 2022, quando abbiamo fondato TrueScreen, l’intuizione era esattamente questa: nel giro di pochi anni non ci saremmo più potuti fidare di quello che vediamo. Ecco, ci siamo arrivati”.

Una frase che vale più di molte analisi. Perché racconta un passaggio di fase: dalla manipolazione come attività di nicchia, riservata a chi sapeva usare software complessi, alla manipolazione come gesto quotidiano, alla portata di chiunque abbia uno smartphone e cinque minuti liberi. Il deepfake smette di essere un fenomeno da laboratorio e diventa parte dell’ecosistema informativo in cui tutti si muovono.

Perché smascherare il falso non è più una strategia sufficiente

Da qui nasce il cambio di prospettiva che TrueScreen porta avanti. Rincorrere il contenuto falso, analizzarlo, cercare l’artefatto rivelatore: un approccio che funziona finché la tecnologia di generazione resta un passo indietro rispetto a quella di rilevamento. Il problema è che quel passo si sta accorciando in fretta, e in alcuni casi si è già invertito.

La proposta alternativa ribalta la logica. Anziché mettersi a caccia del falso, la autenticità va costruita nel momento stesso in cui il dato nasce. Significa certificare che una fotografia sia stata scattata in un certo istante, in un certo luogo, senza subire alterazioni successive. Significa attaccare al contenuto una sorta di garanzia di provenienza che lo accompagni nel suo percorso, invece di sottoporlo a un esame retrospettivo quando il danno è già fatto.

È il terreno della Data Authenticity, un ambito che tocca da vicino chiunque si trovi a usare materiale digitale come prova o come base di una decisione. Fotografie, video, documenti: elementi che circolano ovunque e che, senza un ancoraggio verificabile alla loro origine, rischiano di valere sempre meno. L’intuizione che nel 2022 sembrava una scommessa in anticipo sui tempi si è rivelata semplicemente puntuale. I contenuti sintetici hanno superato la soglia della credibilità, e la fiducia in quello che appare su uno schermo ha smesso di essere un dato di partenza.

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