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Il dossier sui dazi sui chip sta per allargarsi ben oltre i semiconduttori veri e propri, almeno stando a quanto filtra dai colloqui in corso a Washington. L’amministrazione Trump starebbe valutando una seconda tornata di tariffe che colpirebbe anche i prodotti costruiti attorno a quei chip: laptop, console da gioco e server per data center. A raccontarlo sono otto fonti vicine alle trattative, tutte rimaste anonime, che descrivono un impianto ancora fluido ma già abbastanza definito nelle intenzioni.
Il punto centrale riguarda il meccanismo immaginato dal segretario al Commercio Howard Lutnick, che secondo quattro di queste fonti spinge per un tetto alle importazioni esentasse calcolato sulla base della produzione che ciascuna azienda si è impegnata a portare negli Stati Uniti. Tradotto: chi investe poco sul suolo americano si ritrova con una quota ridotta di componenti importabili senza pagare. E c’è di più, perché nei colloqui riservati i funzionari del Commerce hanno lasciato intendere che le esenzioni collegate al dazio del 25% di gennaio potrebbero non essere confermate.
Dazi sui chip: le esenzioni di gennaio rischiano di sparire
Quelle esenzioni non sono un dettaglio marginale. Coprono i data center statunitensi, la ricerca e sviluppo, le startup, le riparazioni, gli usi consumer e industriali fuori dai data center e le applicazioni del settore pubblico. Toglierle significherebbe cambiare radicalmente il conto finale per un pezzo enorme dell’industria tecnologica americana. Si discute anche di un periodo di adattamento graduale, ma l’impianto complessivo può ancora cambiare parecchio nelle prossime settimane.
La cornice normativa è la Proclamation 11002, firmata il 14 gennaio, che ha imposto un dazio del 25% su un gruppo ristretto di acceleratori avanzati. Nel documento di accompagnamento della Casa Bianca comparivano esplicitamente Nvidia H200 e AMD MI325X, e l’azione veniva definita senza giri di parole come Fase 1. Lo stesso testo incaricava il Dipartimento del Commercio di consegnare al presidente entro il 1 luglio una relazione sul mercato dei semiconduttori usati nei data center americani. Un rapporto separato del 14 aprile, firmato da USTR e Commerce, si occupava invece dei negoziati tariffari con Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Il nodo Taiwan e i numeri che non tornano
L’accordo commerciale siglato a gennaio con Taiwan prevede tariffa zero sui chip taiwanesi entro un volume pari a 2,5 volte l’attuale capacità produttiva dell’azienda negli Stati Uniti, finché i nuovi stabilimenti sono in costruzione. Una volta completati, il moltiplicatore scende a 1,5. Qui nasce il problema aritmetico: TSMC ha messo sul piatto circa 245 miliardi di euro per il sito in Arizona, il più grande investimento diretto estero mai realizzato negli Stati Uniti, eppure prevede di collocare lì soltanto il 30% circa della sua capacità più avanzata a regime.
Taiwan produce oltre il 90% dei chip di fascia più avanzata al mondo. I rappresentanti dell’industria, durante i colloqui, hanno fatto notare che una quota agganciata alla capacità domestica attuale non riesce nemmeno lontanamente a coprire i volumi che gli hyperscaler stanno acquistando in questa fase di spesa record sull’intelligenza artificiale.
Le lobby tecnologiche non stanno vincendo
Jonathan McHale, responsabile delle politiche digitali della Computer and Communications Industry Association, che tra i suoi membri conta Amazon, Google e Meta, ha paragonato la costruzione dei data center alla realizzazione della ferrovia transcontinentale, sostenendo che costi aggiuntivi e imprevedibilità mettono a rischio quell’investimento. Dall’inizio dell’estate i lobbisti del settore hanno incontrato Lutnick e il sottosegretario del Bureau of Industry and Security Jeffrey Kessler con frequenza crescente, ma tre delle fonti raccontano che gli incontri più recenti sono andati male per l’industria.
Una persona coinvolta nei colloqui stima in più di cinque anni il tempo necessario per costruire davvero la capacità produttiva interna, un orizzonte più lungo di qualsiasi periodo di transizione concesso dall’amministrazione nelle precedenti tornate di dazi. Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha difeso la linea, ricordando che riportare in patria la produzione di chip resta una priorità assoluta per il presidente. Il Dipartimento del Commercio non ha risposto alle richieste di commento.










