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La Spagna si prepara a stringere le maglie sui data center, con un pacchetto di regole nuove destinato sia agli impianti già attivi sul territorio sia ai progetti che bussano alla porta. Il Governo guidato da Pedro Sánchez sta lavorando a un provvedimento che, stando a fonti vicine all’Esecutivo, si chiamerà Progetto di Regio Decreto sui requisiti di sostenibilità energetica, ambientale, di resilienza e di sovranità digitale applicabili ai centri di elaborazione dati. Un titolo lungo, che però dice già parecchio: efficienza, acqua, energia pulita e controllo europeo sulle informazioni.
Il motivo di tanta fretta ha a che fare con quella che è stata definita una vera e propria valanga di progetti di investimento. Terreni disponibili, costi contenuti e una capacità di generazione rinnovabile in crescita hanno reso il Paese una calamita per chi costruisce infrastrutture digitali. E il timore, dichiarato apertamente, è finire come Irlanda, Singapore e Paesi Bassi, dove il settore è cresciuto più in fretta della rete elettrica e della pianificazione del territorio. In Irlanda i data center assorbono ormai circa un quinto di tutta l’elettricità nazionale.
Numeri che hanno già superato le previsioni
La parte scomoda della storia è che il problema in Spagna si vede già. La strategia nazionale sull’intelligenza artificiale stimava per il 2030 una domanda elettrica intorno ai 4 gigawatt destinati ai centri dati. Peccato che, secondo gli stessi conti del Governo, oggi risultino già disponibili 6 gigawatt sulla rete di trasporto e altri 6 su quella di distribuzione. Tradotto: lo spazio a disposizione del settore triplica quanto la Spagna riteneva di dover coprire entro la fine del decennio.
Il testo non è ancora stato pubblicato ufficialmente, ma le misure principali sono già circolate attraverso fonti governative. Il quadro che emerge parla di obblighi precisi sull’efficienza energetica e sul consumo idrico, con conseguenze piuttosto pesanti per chi non li rispetta. Si va dalle penalizzazioni alle sanzioni economiche, fino al caso limite della perdita dell’accesso e della connessione alla rete elettrica. Che per un impianto di questo tipo equivale a spegnere l’interruttore.
Rinnovabili verificate ora per ora
Il punto forse più impegnativo riguarda le energie rinnovabili. I data center dovranno coprire almeno l’80% dei propri consumi con fonti pulite, e non basterà firmare un contratto con un parco solare o eolico già esistente. La nuova domanda dovrà essere accompagnata da nuova capacità di generazione rinnovabile, quindi impianti costruiti apposta. Una condizione che sposta il peso dell’espansione sulle spalle di chi la genera, invece che sul sistema elettrico nel suo complesso.
C’è di più, perché la verifica non avverrà su base annuale ma ora per ora. Durante ogni singola ora di funzionamento, almeno l’80% dell’elettricità consumata dovrà corrispondere a energia rinnovabile prodotta nello stesso identico periodo. Un criterio molto più rigido rispetto alle medie annuali usate finora nel settore, e che complica non poco la gestione dei picchi notturni o delle giornate poco ventose.
La partita della sovranità digitale
Il decreto non si ferma però a elettricità e acqua. Una parte consistente delle misure riguarda la sovranità digitale, un tema che a Bruxelles e a Madrid è diventato centrale. I centri dati dovranno essere gestiti da soggetti stabiliti nell’Unione Europea e mantenere all’interno del territorio comunitario tutte le informazioni relative alla propria operatività. Non i dati dei clienti in senso lato, ma quelli che raccontano come funziona l’impianto stesso.
A questo si aggiunge l’obbligo di adottare misure di protezione contro l’accesso da parte di autorità di Paesi terzi, quando quell’accesso non sia coperto dal diritto europeo. Una clausola che guarda in modo abbastanza trasparente alle normative extracomunitarie che consentono richieste dirette sui dati conservati altrove, e che punta a mettere un filtro giuridico tra le infrastrutture spagnole e le richieste provenienti da fuori dall’Unione.










