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Sony, i giochi digitali non sono tuoi: la difesa in tribunale

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Nel bel mezzo delle polemiche sull’addio ai dischi, Sony si trova a dover sostenere davanti a un giudice che comprare giochi digitali non significa possederli davvero, che poi è esattamente il nocciolo della protesta montata tra gli utenti PlayStation nelle ultime settimane. Un cortocircuito niente male, considerando il momento.

La vicenda nasce da una class action aperta lo scorso giugno da un gruppo di utenti contro la compagnia. L’accusa, in sostanza, è che Sony non renderebbe abbastanza chiaro un dettaglio tutt’altro che secondario, ovvero che chi paga per un titolo scaricabile non ne diventa proprietario. Riceve una licenza d’uso, che è cosa diversa. E la differenza, secondo chi ha portato l’azienda in tribunale, resta sepolta in mezzo a testi lunghi e poco leggibili.

Il punto è come viene comunicata la cosa

Uno degli elementi centrali dell’accusa riguarda proprio il linguaggio usato dal PlayStation Store. I pulsanti “acquista” e “conferma acquisto” spingerebbero il cliente a pensare di stare comprando qualcosa in senso pieno, mentre gli avvertimenti sulla natura reale della transazione non sarebbero altrettanto evidenti. Un’ambiguità che, sostiene la parte accusatrice, alimenta la confusione sui diritti effettivi di chi spende. La difesa di Sony va in direzione opposta e punta sul buon senso del consumatore medio. La compagnia sostiene che “i clienti ragionevoli sanno bene che, quando acquistano un gioco in formato digitale, non ne diventano proprietari”. A supporto, l’azienda richiama il contratto di licenza con l’utente finale, dove è scritto nero su bianco che “il software viene concesso in licenza all’utente, non venduto” e che “i contenuti virtuali vengono concessi in licenza, non posseduti”.

La legge californiana e il nodo della trasparenza

Con ogni probabilità PlayStation specifica la questione in maniera tecnicamente corretta. Il problema è un altro e riguarda l’immediatezza. Una comunicazione poco visibile, o annegata dentro pagine di clausole, può diventare un appiglio giuridico solido per una class action. In California esiste infatti una norma che vieta alle aziende di vendere beni digitali usando termini come “acquista”, o qualsiasi altra formula che una persona ragionevole interpreterebbe come conferimento di un diritto di proprietà pieno e senza limiti sul bene.

Per poter continuare a usare quelle parole, il venditore deve accompagnarle con una dichiarazione “chiara e ben visibile” che spieghi come l’acquirente non diventerà proprietario di nulla, ma riceverà soltanto una licenza. È su questo terreno che la causa potrebbe reggere, molto più che sul principio generale.

Il paradosso del momento

Non è un caso che nei giorni scorsi Sony abbia ricordato a tutti, tramite email e comunicazioni ufficiali, che i suoi titoli sono concessi in licenza e non venduti. Una mossa che serve anche a tenere una linea difensiva coerente in cause di questo tipo. Solo che il tempismo, francamente, è quello che è. L’azienda si ritrova infatti a dover dimostrare in aula proprio quello che i giocatori le contestano da settimane, dando in un certo senso ragione a uno degli argomenti più forti della protesta. Il malcontento nasce dall’abbandono dei giochi fisici su disco, una scelta su cui non risultano cambi di programma, e secondo un insider anche Xbox si muoverebbe verso una direzione interamente digitale.

Il risultato è che, mentre da una parte si spinge il pubblico verso il download come unica opzione, dall’altra si sostiene in tribunale che quel download non equivale a un possesso. La reazione della community non si è fatta attendere e nei giorni scorsi ha preso la forma di una sorta di sciopero organizzato dai giocatori su PS5, con il tentativo di far pesare il malumore direttamente dove fa più male, cioè sugli acquisti.

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