In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Chi si è messo in viaggio negli ultimi giorni di agosto lo ha visto scritto sui totem dei distributori: i prezzi dei carburanti restano ancorati sopra la soglia dei 2 euro al litro, sia per la benzina sia per il gasolio, anche in modalità self service. Il mese si è chiuso senza ulteriori rialzi, il che sulla carta sarebbe una tregua, ma il livello di partenza è talmente alto che parlare di sollievo appare fuori luogo. I dati dell’Osservatorio prezzi del MIMIT relativi a lunedì 31 agosto fotografano una benzina venduta in media a 2,017 euro al litro sulla rete stradale ordinaria e un diesel a 2,130 euro al litro. In autostrada la musica cambia, e in peggio: verde a 2,097 euro al litro, gasolio a 2,204 euro al litro.
L’ultima rilevazione, di fatto, ricalca quella del giorno precedente. Sulla rete ordinaria nessuna variazione, mentre in autostrada la benzina resta ferma e il gasolio scende di un millesimo, da 2,205 a 2,204 euro al litro. Movimenti così piccoli da risultare quasi invisibili al portafoglio. Il mercato, dopo la corsa delle settimane precedenti, sembra aver trovato una fase di assestamento. Il punto è che l’assestamento avviene su quotazioni pesanti, con la benzina stabilmente oltre quella barriera psicologica dei 2 euro che per anni è stata un campanello d’allarme e che ormai è diventata normalità.
Il divario tra rete ordinaria e autostrada pesa sul pieno
Basta guardare i numeri per capire quanto convenga fermarsi prima di imboccare il casello. Tra un distributore stradale e uno autostradale il divario supera i 7 centesimi al litro sulla benzina e sfiora i 7,5 centesimi sul gasolio. Su un pieno da cinquanta litri significa qualche euro in più, che moltiplicato per i rifornimenti di un lungo viaggio comincia a farsi sentire. Confrontare i prezzi carburanti prima di rifornire non è una raccomandazione da manuale, è semplicemente il modo più rapido per non regalare soldi.
Sul fronte fiscale c’è un elemento che sta tenendo a bada il gasolio, ed è il taglio delle accise. La riduzione vale circa 17 centesimi al litro ed è stata prorogata fino al 5 settembre 2026. Una boccata d’ossigeno, certo, ma con la data di scadenza già scritta. Il provvedimento non riguarda soltanto gli automobilisti: include anche un credito d’imposta destinato alle imprese di autotrasporto e il prolungamento del rimborso delle accise sul gasolio commerciale, due voci che pesano parecchio sui bilanci di chi lavora su gomma.
Petrolio in tensione, settembre parte con un punto interrogativo
Il vero nodo, però, sta a monte. Nella mattinata del 31 agosto il Brent è tornato sopra i EUR 78 al barile, circa 80 euro, mentre il WTI ha superato quota EUR 73, poco più di 75 euro. Dietro questo movimento ci sono le nuove tensioni militari tra Stati Uniti e Iran e i timori legati alla sicurezza dei traffici nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi più delicati per l’energia mondiale. Quando quel passaggio finisce sotto i riflettori, i mercati reagiscono in fretta.
Tradurre un rialzo del greggio in un aumento immediato alla pompa sarebbe però una semplificazione. Tra la quotazione del barile e il cartellino del distributore ci sono di mezzo i prezzi dei prodotti raffinati, il cambio tra euro e dollaro, i costi logistici, i margini della filiera e il carico fiscale. Il passaggio richiede tempo e non è mai proporzionale. Se però il petrolio dovesse stabilizzarsi sopra i EUR 78, la pressione sui listini finirebbe per farsi sentire.
La combinazione tra la scadenza dello sconto sulle accise e la ripresa delle quotazioni internazionali colloca il mese appena iniziato in una posizione scomoda. La stabilità registrata negli ultimi giorni di agosto rischia di rivelarsi una parentesi breve, e per chi guida il conto potrebbe tornare a salire proprio nelle prime settimane di settembre.










