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Data center IA: consumi verso 465 TWh nel 2030, allarme acqua

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La corsa dell’intelligenza artificiale non produce soltanto grattacapi etici o militari, ma lascia il segno anche su ambiente, clima e rapporti di forza tra Stati. È il punto sollevato da Roberto Setola, direttore del master in Cybersecurity management dell’Università Campus Biomedico di Roma, che invita a soppesare con attenzione una serie di conseguenze finite finora in secondo piano rispetto al dibattito su algoritmi e regole. Colpisce che a chiedere un rallentamento siano oggi le stesse aziende che guidano il settore, da Anthropic a OpenAI fino a SpaceXAI.

Secondo Setola l’IA è una tecnologia che si autoalimenta, con una velocità di evoluzione esponenziale. Un aspetto che pone problemi concreti, ma che va letto anche alla luce del contesto economico. Le parole dell’esperto sono nette: siamo davanti a una bolla economica che sta per scoppiare, con i big del settore che hanno investito cifre enormi a fronte di rientri in calo. Il messaggio al mercato sulla necessità di frenare, insomma, rientra almeno in parte in una strategia di marketing. Questo non significa che il freno non serva. Anzi. Un rallentamento accompagnato da maggiori controlli appare necessario, perché oggi l’intelligenza artificiale è ormai in grado di violare i limiti che i programmatori avevano imposto, per ragioni di sicurezza, al suo stesso funzionamento.

Quanta energia e quanta acqua servono ai data center

Il primo nodo critico ha a che fare con i consumi. La International Energy Agency ha stimato che nel 2025 i data center dedicati all’IA, i cosiddetti AI-focused, hanno assorbito circa 155 TWh, con una proiezione che porta a circa 465 TWh nel 2030. Un consumo triplicato in cinque anni. Tradotto in quota sul totale mondiale, si passerebbe dallo 0,5% attuale a circa l’1,4% dell’elettricità globale. Numeri che, come sottolinea Setola, significano una cosa molto semplice e molto concreta: ogni ricerca fatta su ChatGpt consuma tantissima energia elettrica.

Poi c’è l’acqua, voce spesso ignorata quando si parla di consumo energetico delle infrastrutture digitali. I processi di raffreddamento dei centri dati pesano per circa lo 0,23% dei consumi idrici mondiali. Una percentuale che sembra piccola finché non si guarda alla geografia. La localizzazione di questi impianti diventa una variabile critica, perché un prelievo massiccio dalle falde locali rischia di alterare l’equilibrio idrico di intere aree. A completare il quadro ci sono le emissioni di CO2 e i residui di combustione, con un impatto che arriva fino al livello climatico.

Il gas che finisce ai server e il ritorno del carbone

L’altro fronte è quello degli equilibri internazionali, ed è forse il meno discusso. I Paesi ricchi di gas ed energia oggi preferiscono vendere le proprie scorte ai data center, che sono disposti a pagare prezzi più alti. Il risultato è che altri acquirenti restano indietro, e tra questi ci sono soprattutto i Paesi meno sviluppati. Che si vedranno costretti, in misura sempre maggiore, a tornare al carbone. Con ulteriori danni ambientali, in una specie di corto circuito dove l’innovazione tecnologica di alcuni produce arretramento energetico per altri.

Il rischio, avverte l’esperto, è di aggravare un divario già forte tra Paesi ricchi e Paesi meno sviluppati. La partita che si gioca attorno allo sviluppo dei modelli più avanzati tocca dunque piani diversi e intrecciati, dall’impatto ambientale alla sicurezza informatica, fino a quelli che Setola definisce i delicatissimi equilibri della geopolitica mondiale. Aspetti che, nel racconto pubblico dell’intelligenza artificiale, tendono a restare sullo sfondo mentre l’attenzione si concentra su prestazioni e nuove funzioni. Eppure sono già misurabili, con numeri alla mano e proiezioni al 2030 che parlano di un consumo triplicato.

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