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Quando c’è troppa energia solare in circolazione e la rete non riesce ad assorbirla, succede una cosa che a prima vista sembra assurda: si spegne. Si riduce la produzione di impianti perfettamente funzionanti, si lascia il sole dove sta, si rinuncia a chilowattora già disponibili. Il nome tecnico è curtailment, e con la crescita rapida di fotovoltaico ed eolico sta diventando un problema sempre meno marginale per il sistema elettrico.
Il meccanismo, spiegato senza tecnicismi, è abbastanza intuitivo. La rete elettrica deve restare in equilibrio costante tra quanto viene immesso e quanto viene consumato. Se in una determinata ora del giorno gli impianti rinnovabili producono più di quanto il sistema riesca a smaltire, oppure se le linee che dovrebbero portare quell’energia altrove sono già sature, l’unica soluzione immediata è tagliare. Ecco perché si parla di congestioni e di vincoli di rete: non è che manchi l’energia, è che manca la strada per farla arrivare dove servirebbe.
Perché il surplus di rinnovabili diventa un costo per tutti
Il surplus ha conseguenze che vanno oltre il fastidio tecnico. Ogni megawattora tagliato è produzione persa, e quella perdita ricade su più soggetti contemporaneamente. Sul sistema elettrico, che deve gestire flussi sempre più difficili da prevedere e compensare con altre risorse. Sugli investitori, perché un impianto che viene fermato con una certa frequenza rende meno di quanto le proiezioni iniziali lasciavano immaginare, e questo incide sulla bancabilità dei progetti futuri. E infine sulla collettività, che alla fine si ritrova in bolletta i costi di un sistema meno efficiente di quanto potrebbe essere.
C’è poi un aspetto quasi paradossale. Si spinge sulla decarbonizzazione, si installano nuovi parchi fotovoltaici ed eolici, e nel frattempo una quota di quella produzione pulita viene buttata via perché l’infrastruttura non tiene il passo. Le reti si sviluppano con tempi lunghi, fatti di autorizzazioni, cantieri, opere che richiedono anni. Gli impianti rinnovabili, invece, si costruiscono molto più in fretta. Il disallineamento tra le due velocità è esattamente il terreno su cui il curtailment delle rinnovabili prospera.
Dove l’intelligenza artificiale può fare la differenza
Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale, e non come slogan. Il primo fronte è quello delle previsioni. Sapere con maggiore precisione quanta energia produrranno gli impianti nelle ore successive, incrociando dati meteo, storici di produzione e comportamento della domanda, permette di programmare meglio e ridurre gli interventi di emergenza. Meno sorprese significa meno tagli.
Il secondo fronte riguarda il dispacciamento. Gestire in tempo reale quale impianto produce, quanto, e verso dove indirizzare i flussi è un problema di ottimizzazione con una quantità enorme di variabili. Gli algoritmi lavorano bene proprio su questo tipo di complessità, individuando soluzioni che un approccio tradizionale faticherebbe a trovare nei tempi stretti richiesti dall’esercizio della rete.
Poi ci sono le risorse flessibili. Accumuli, domanda modulabile, tutti quegli elementi del sistema che possono spostare consumi o assorbire energia nei momenti di eccesso invece di lasciarla andare persa. Coordinarli in modo intelligente vuol dire trasformare un surplus problematico in una risorsa da usare più tardi, quando il sole non c’è. È la differenza tra subire la variabilità delle rinnovabili e governarla. Nessuno di questi strumenti sostituisce il potenziamento fisico delle infrastrutture, va detto. Le linee vanno comunque costruite, gli accumuli vanno comunque installati. Ma nell’attesa che quel lavoro proceda, la capacità di ottimizzare ciò che già esiste vale parecchio, sia in termini di energia recuperata sia di costi evitati. E su una rete che cambia natura mentre viene usata, la gestione intelligente dei dati diventa una componente dell’infrastruttura tanto quanto i cavi.








