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Energia troppo cara: la mappa mondiale del mining Bitcoin cambia volto
La progettazione stessa del protocollo Bitcoin aveva previsto un aumento delle difficoltà di calcolo, e quindi di produzione, con il passare del tempo. Ma ciò che non era del tutto calcolabile era l’impatto della crisi energetica globale, delle nuove regolamentazioni e dell’evoluzione tecnologica che oggi impone strumenti sempre più potenti e costosi. La conseguenza è che il mining sta diventando un’ attività esclusiva di pochi operatori. In particolare a coloro che riescono ad accedere a fonti energetiche molto economiche.
Le differenze nei costi energetici stanno modificando così la geografia globale del mining. In nazioni come l’Iran, dove le tariffe elettriche sono fortemente sussidiate, il costo per generare un Bitcoin può scendere fino a 1.230€. Un abisso se confrontato con paesi come l’Irlanda, in cui lo stesso processo può superare i 300.000€. Gli Stati Uniti poi, malgrado l’importanza nel settore, non offrono più un terreno fertile per i piccoli minatori. Le spese elettriche, che spesso superano i 100.000€ a Bitcoin, escludono di fatto un buon guadagno.
Il risultato è una migrazione forzata delle attività di mining verso aree del mondo dove l’energia è ancora accessibile. L’Asia mantiene un vantaggio competitivo in più di venti paesi. In Europa, invece, la situazione è opposta. Ad esempio in Italia come altrove, i costi possono superare di cinque volte il valore del Bitcoin prodotto. Una sproporzione che mette in crisi l’intero modello economico su cui si è basata per anni l’industria del mining.










