L’idea di clonare un Neanderthal torna a stuzzicare la fantasia ogni volta che qualcuno pronuncia le parole magiche de-estinzione, ma la scienza mette subito le cose in chiaro. E la realtà, va detto, è parecchio meno spettacolare di quella che ci hanno raccontato registi e romanzieri. Riportare in vita specie scomparse è uno di quei temi che affascinano da decenni, basti pensare a Jurassic Park, saga che ha costruito il suo successo proprio su questa suggestione. Peccato che tra il grande schermo e il bancone di un laboratorio ci sia un abisso.
Per capire il motivo bisogna partire da un dettaglio tecnico che spesso viene ignorato. Clonare un organismo non significa mettere insieme qualche pezzo del suo DNA. Per ottenere una copia fedele, una vera 1:1, servirebbe un genoma perfettamente integro. E qui casca l’asino, perché per i Neanderthal quel materiale non esiste più. I resti che sono stati trovati custodiscono soltanto frammenti di codice genetico, rovinati da decine di migliaia di anni passati sottoterra. Niente di utilizzabile per una ricostruzione completa, insomma.
La confusione con i metalupi e le vere sfide della de-estinzione
Ecco dove nasce il malinteso più comune. Le recenti sperimentazioni sulla cosiddetta de-estinzione vengono spesso scambiate per resurrezioni vere e proprie, ma non lo sono affatto. Prendiamo i famosi metalupi di cui si è tanto parlato. Non sono affatto copie autentiche della specie estinta. Si tratta di lupi grigi a cui i ricercatori hanno modificato appena 14 geni sui circa 19.000 presenti nel loro genoma. Detto in modo semplice, sono animali moderni con qualche tratto estetico e biologico che ricorda gli antichi parenti. Nessuna vera resurrezione, quindi, ma un ritocco genetico mirato.
Con un Neanderthal la faccenda si complicherebbe a dismisura. Anche disponendo, per assurdo, di una sequenza genetica completa, non basterebbe. Gli elementi che entrano in gioco nella formazione di un individuo sono tantissimi e intrecciati tra loro. Gli scienziati dovrebbero comprendere come ogni gene dialoga con gli altri durante lo sviluppo dell’embrione e come l’ambiente ne influenzi l’espressione. Conoscenza che, a essere onesti, non possediamo nemmeno per il nostro stesso genoma. Quindi immaginarsi di applicarla a una specie scomparsa da millenni.
C’è poi un aspetto che va oltre la pura tecnica. I Neanderthal appartenevano al genere Homo e condividevano con noi buona parte del patrimonio genetico. Talmente tanto che, grazie agli incroci del passato, molti di noi conservano ancora oggi una piccola percentuale di DNA neanderthaliano nel proprio corredo. Un legame più stretto di quanto si pensi, che porta con sé questioni etiche tutt’altro che trascurabili. La domanda giusta, a questo punto, non è tanto se un giorno riusciremo davvero a farlo. Il vero interrogativo è se dovremmo anche solo provarci.