BYD si è ritrovata al centro di una tempesta mediatica in Australia dopo aver consegnato a oltre mille clienti automobili con l’anno di fabbricazione sbagliato. Il marchio cinese, che di recente è diventato il secondo produttore di auto nuove più venduto nel Paese, subito dietro Toyota, ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro. Alla fine ha offerto un rimborso completo a più di 1.200 acquirenti, dopo che le indagini della stampa avevano messo l’azienda con le spalle al muro.
Cosa è andato storto con le auto 2025 vendute come 2026
La faccenda parte da un dettaglio che sulla carta sembra piccolo, ma che ha fatto arrabbiare parecchie persone. Diversi clienti erano convinti di aver comprato modelli prodotti nel 2026 e invece si sono trovati in garage vetture fabbricate nel 2025. Il primo tentativo di BYD di sistemare le cose è stato piuttosto misero, un risarcimento di circa 950 euro, giusto le spese di consegna del concessionario.
Le proteste sono arrivate da più Stati, tra cui Nuovo Galles del Sud, Victoria e Australia Occidentale. Solo dopo che l’emittente ABC aveva raccolto le lamentele dei proprietari infuriati, l’azienda ha cambiato tono. Ha ammesso l’errore, si è scusata e ha annunciato il rimborso completo per tutti i 1.265 clienti coinvolti.
Paul Ellis, direttore delle pubbliche relazioni di BYD, ha però respinto l’idea che la giravolta sia figlia della pressione dei giornali. Secondo lui la decisione era già in discussione da settimane con i vertici in Cina. Sempre Ellis parla di un errore amministrativo, spiegando che l’azienda ha registrato per sbaglio la data di uscita dalla fabbrica al posto della vera data di produzione, senza alcuna intenzione di ingannare nessuno. Del resto le auto non presentano differenze concrete in termini di prestazioni, garanzia o conformità tra un’annata e l’altra.
Le tre opzioni per i clienti e il fronte legale
Le spiegazioni tecniche non hanno calmato gli animi prima del dietrofront ufficiale. C’è chi, come Zoheb Khan, ha speso circa 40.000 euro per il SUV elettrico Atto 3 e ha definito la tattica iniziale dell’azienda molto poco etica, sentendosi preso in giro. Un altro acquirente, Kirill Kononov, ha pagato circa 41.000 euro per la sua vettura e ha subito puntato il dito sul problema della svalutazione. La discrepanza sull’anno di costruzione, dice, avrà un peso diretto e negativo sul prezzo di rivendita, quindi i 950 euro offerti all’inizio erano del tutto insufficienti.
Al momento i clienti interessati dallo scambio hanno davanti tre strade. Possono tenersi l’auto e accettare il risarcimento parziale di circa 950 euro. In alternativa possono restituire il veicolo e ottenere il rimborso totale. Oppure sfruttare quella cifra per comprare un modello effettivamente del 2026.
La vicenda ha attirato anche l’attenzione delle associazioni a tutela dei consumatori. Erin Turner, amministratrice delegata del Consumer Policy Research Centre, ha criticato senza mezzi termini la gestione iniziale della crisi, parlando di una possibile violazione delle leggi sui consumatori per condotta ingannevole. Turner ha chiesto l’intervento dell’Australian Competition and Consumer Commission, l’ACCC, per aprire un’indagine formale. Ha poi ricordato che la legge impone ai prodotti di corrispondere esattamente alla descrizione fornita al momento dell’acquisto, quindi la prima offerta al ribasso non era ragionevole. Il dibattito si sposta ora sul piano delle regole. Funzionari governativi come Andrew Leigh, Assistant Minister per la Concorrenza, stanno spingendo per introdurre sanzioni più severe contro i produttori che non rispettano le garanzie ai consumatori, così da evitare che i cittadini debbano affrontare battaglie legali lunghe e costose solo per far valere i propri diritti.


