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Trasformare la plastica in biscotti commestibili sembra il tipo di idea che verrebbe scartata dopo due minuti di riunione, eppure è esattamente il lavoro che un gruppo di ricercatori della Southern Illinois University Carbondale sta portando avanti da tempo, con il sostegno della NASA. Nessuno, va detto subito, sta pensando di infilare pezzetti di bottiglia dentro un impasto. Il percorso è molto più lungo e molto più chimico: si prendono rifiuti plastici e scarti agricoli, li si scompone nei loro mattoni fondamentali e poi si affida il resto a lieviti modificati, capaci di convertire quel carbonio in ingredienti alimentari veri e propri.
Il prodotto finale ha già un nome, µBites, che sta per microbites. Si tratta di piccoli biscotti ad alto contenuto proteico, nati nell’ambito di un progetto guidato proprio dall’agenzia spaziale statunitense. Il motivo dell’interesse è abbastanza intuitivo: servono sistemi in grado di produrre cibo là dove le risorse sono poche, contate, difficili da rifornire. Le missioni nello spazio profondo rientrano perfettamente in questa categoria, perché portarsi dietro tutto il necessario per anni è un problema di peso e di volume prima ancora che di tecnologia.
Dal PET al carbonio commestibile
Il punto di partenza è il PET, cioè la plastica delle bottiglie di acqua e bibite che tutti maneggiano ogni giorno. La scelta non è casuale. Il PET è un materiale ricchissimo di carbonio e, come spiega Lahiru Jayakody, responsabile della ricerca, anche il cibo è fatto in larga parte di molecole che contengono carbonio. Sulla carta i due mondi si assomigliano più di quanto si immagini. Il problema, ovviamente, è costruire un ponte tra l’uno e l’altro che sia praticabile, sicuro e ripetibile.
Per farlo il team ricorre a un processo chiamato oxidative hydrothermal dissolution. Il nome è ostico, il principio meno: acqua e ossigeno vengono portati ad alta temperatura e alta pressione fino a spezzare le catene del PET, ma anche steli e foglie di mais e altre biomasse agricole. Quello che resta sono molecole più semplici, più piccole, soprattutto più facili da digerire per i microrganismi. È in questa fase che entrano in gioco i lieviti, che lavorano su quella materia prima elementare e la rielaborano in qualcosa che può finire in un impasto.
Un progetto pensato per lo spazio profondo
Il lavoro viene presentato ad ACS Fall 2026, il congresso autunnale dell’American Chemical Society, una delle vetrine più importanti per la ricerca chimica applicata. Il fatto che i µBites arrivino su quel palco dice parecchio sullo stadio raggiunto dal progetto, che non è più soltanto un’ipotesi teorica su carta ma un prototipo con caratteristiche misurabili, a partire dal contenuto proteico.
L’idea di fondo resta comunque doppia. Da una parte c’è la questione dei rifiuti, che nel contesto di una missione spaziale non possono semplicemente essere accumulati o buttati e che invece diventerebbero una risorsa. Dall’altra c’è la produzione di cibo in ambienti con risorse limitate, un tema che riguarda lo spazio ma che ha ricadute abbastanza evidenti anche altrove, ogni volta che una comunità si trova a corto di catene di approvvigionamento affidabili.
Il PET e gli scarti di mais, in questo schema, smettono di essere semplice spazzatura e diventano una fonte di carbonio da riciclare in modo radicalmente diverso rispetto a quanto si intende di solito con la parola riciclo. Non nuove bottiglie, non nuovi imballaggi, ma proteine destinate all’alimentazione umana, ottenute grazie alla biologia sintetica applicata a un settore, quello alimentare, dove finora questo tipo di approccio era rimasto piuttosto ai margini.










