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Antibiotici, una proteina di 160 milioni di anni contro i batteri

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La ricerca di nuovi antibiotici potrebbe passare da una strada che nessuno, fino a poco tempo fa, avrebbe considerato praticabile. Riportare in vita una proteina vecchia di 160 milioni di anni, risalente agli albori dell’evoluzione dei mammiferi. Non si tratta di fantascienza né di un esperimento fine a se stesso, ma di un approccio che punta a scovare, nel passato biologico più remoto, molecole capaci di aggirare la resistenza agli antibiotici. Un problema che oggi viene descritto senza mezzi termini come urgente.

Il ragionamento di fondo è semplice quanto controintuitivo. I batteri hanno imparato, generazione dopo generazione, a difendersi dai farmaci che l’uomo ha messo a punto negli ultimi decenni. Hanno avuto tempo, occasioni, pressione selettiva. Quello che non hanno avuto, però, è la possibilità di confrontarsi con molecole scomparse da milioni di anni, sepolte in un ramo dell’albero evolutivo che nessun laboratorio aveva mai provato a riesumare.

Proteina: una molecola tornata dal Giurassico

La proteina “resuscitata” di cui si parla affonda le radici in un periodo lontanissimo, quando i mammiferi stavano appena iniziando a definirsi come gruppo. Centosessanta milioni di anni sono una distanza difficile da immaginare, eppure la biologia molecolare permette oggi di ricostruire strutture di quel tipo partendo dalle tracce lasciate nel patrimonio genetico degli organismi attuali. È una sorta di archeologia condotta con gli strumenti della chimica, dove al posto della pala e del pennello ci sono sequenze, modelli e ricostruzioni al computer.

Il risultato non è un fossile in senso classico, ma una molecola funzionante, riportata alla vita in laboratorio. E proprio qui sta l’aspetto più interessante per chi studia la lotta ai batteri resistenti. Una proteina antichissima porta con sé caratteristiche che l’evoluzione recente ha perso per strada, oppure ha modificato al punto da renderle irriconoscibili. Caratteristiche che i microrganismi di oggi non sono attrezzati a neutralizzare.

Perché serve una strada diversa

Il tema degli antibiotici che smettono di funzionare non è nuovo, ma è diventato negli anni una delle preoccupazioni più concrete della medicina moderna. Infezioni che fino a qualche decennio fa si risolvevano con una scatola di pastiglie tornano a essere pericolose, e il ritmo con cui vengono sviluppati farmaci realmente nuovi non riesce a tenere il passo con la velocità di adattamento dei batteri. È una corsa in cui, al momento, il vantaggio non è dalla parte umana.

Da qui l’interesse per soluzioni che escano dagli schemi tradizionali. Invece di modificare per l’ennesima volta molecole già note, l’idea è quella di cercare altrove. E l’altrove, in questo caso, coincide con un passato profondissimo, con un momento in cui i mammiferi muovevano i primi passi e il loro sistema di difesa contro i patogeni funzionava secondo regole in parte diverse da quelle attuali.

Non è la prima volta che la ricerca biomedica guarda alla storia evolutiva come a un archivio di soluzioni già collaudate dalla natura. Ma spingersi fino a 160 milioni di anni fa, recuperando qualcosa che appartiene letteralmente all’alba dei mammiferi, apre una prospettiva che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata azzardata. La resistenza antimicrobica resta una delle sfide sanitarie più pressanti, e ogni pista che si discosta dai binari abituali viene osservata con attenzione da chi lavora sul campo.

Il messaggio che arriva da questo filone di studi è che le risposte al problema degli antibiotici potrebbero non trovarsi soltanto davanti, nei laboratori del futuro, ma anche alle spalle, in un’eredità molecolare rimasta silenziosa per centinaia di milioni di anni.

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