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Un gruppo di ricercatori di Harvard ha deciso di puntare sui batteri marini per affrontare uno dei nodi più scomodi della crisi climatica, ovvero come togliere dall’atmosfera la CO2 che ci è già finita dentro. Perché il punto, ormai, è proprio questo. Tagliare le emissioni resta la priorità, ma da solo non basta più a rimettere i conti in pari. Una parte dell’anidride carbonica accumulata negli ultimi decenni andrà rimossa, e qui iniziano i problemi veri, visto che i sistemi capaci di farlo su larga scala tendono a divorare quantità di energia difficilmente sostenibili.
L’idea messa sul tavolo dai ricercatori parte da un meccanismo che il pianeta conosce benissimo, perché lo pratica da miliardi di anni senza che nessuno glielo abbia insegnato. Si chiama alterazione delle rocce, ed è quel lentissimo lavorio chimico per cui certi minerali, esposti ad acqua e anidride carbonica, si degradano e nel frattempo catturano carbonio.
Il trucco dell’olivina e del bicarbonato
Il minerale al centro del ragionamento è l’olivina, una roccia piuttosto comune che reagisce con acqua e CO2 e trasforma parte di quel carbonio in bicarbonato. La differenza non è banale. Il bicarbonato è una forma stabile, che può restare disciolta nell’oceano per tempi lunghissimi, il che significa carbonio tolto dalla circolazione atmosferica e messo da parte senza bisogno di serbatoi, tubature o impianti industriali costruiti apposta.
Sulla carta funziona alla perfezione. Nella pratica c’è un dettaglio che rovina la festa, cioè la velocità. L’alterazione delle rocce lavora su scale temporali geologiche, quelle che si misurano in millenni, non certo nei tempi stretti che la situazione climatica attuale imporrebbe. È un processo affidabile ma dannatamente pigro, e accelerarlo con mezzi meccanici o chimici tradizionali riporterebbe dritti al problema di partenza, ovvero il consumo energetico.
Alteromonas macleodii, il batterio ingegnerizzato
Qui entra in scena la biologia. Il team, che mette insieme il Wyss Institute di Harvard, la Harvard Medical School e la Stanford Doerr School of Sustainability, ha provato a dare una spinta al meccanismo affidandosi a un microrganismo che nell’oceano ci vive già di suo. Si tratta di Alteromonas macleodii, un batterio marino che i ricercatori hanno modificato geneticamente per renderlo un acceleratore naturale della reazione.
L’approccio è interessante proprio perché ribalta la logica classica degli interventi sul clima. Invece di costruire una macchina che aspiri carbonio, si prende un processo naturale che funziona già e lo si mette al turbo usando un organismo vivente, capace in teoria di lavorare in ambiente marino senza infrastrutture pesanti alle spalle. Un lavoro di ingegneria genetica applicato a un problema geochimico, con l’oceano come laboratorio finale.
L’uso di batteri geneticamente modificati in un contesto aperto come quello marino porta con sé una serie di considerazioni tutt’altro che secondarie, ma la direzione della ricerca è chiara. Se la rimozione della CO2 dovrà diventare qualcosa di più di un esercizio da laboratorio, servirà trovare strade che non richiedano centrali elettriche dedicate per funzionare.
La combinazione tra olivina e microbiologia va letta esattamente in questa chiave, cioè come tentativo di rendere praticabile su scala reale un fenomeno che la Terra esegue da sempre, solo con una lentezza che oggi non ci possiamo più permettere. Il lavoro dei tre istituti punta a comprimere quei tempi geologici in qualcosa di gestibile, sfruttando la capacità dei microrganismi marini di intervenire sulla chimica dell’acqua che li circonda.










