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Il baobab ha appena guadagnato un nuovo componente in famiglia, e la notizia è di quelle che fanno sorridere chi studia piante da una vita: la specie era lì, sotto gli occhi di tutti, e nessuno l’aveva mai catalogata come tale. L’albero più strano del pianeta, quello con il tronco gonfio che sembra disegnato da un bambino, si conferma capace di sorprendere anche chi lo osserva da decenni. Il gruppo delle specie di baobab riconosciute dalla scienza, insomma, si allunga di una riga.
Chi non ha mai visto un baobab dal vivo se lo immagina comunque, perché è una di quelle sagome che restano impresse. Tronco enorme, rami corti e nodosi in cima, l’aria di un albero piantato al contrario con le radici rivolte al cielo. Non è un caso che venga chiamato anche albero capovolto. E non è solo una questione estetica, perché quel fusto così largo è una riserva d’acqua vera e propria, un serbatoio che permette alla pianta di attraversare stagioni secche durissime senza cedere.
Perché una nuova specie cambia le carte in tavola
Aggiungere una nuova specie a un genere tanto studiato non è un dettaglio da poco. Significa che la classificazione fatta finora si basava su osservazioni incomplete, o che differenze ritenute marginali erano in realtà il segno di una linea evolutiva separata. Succede più spesso di quanto si pensi, soprattutto quando si parla di piante distribuite su aree vaste e difficili da raggiungere. Un esemplare viene fotografato, annotato, magari raccolto, e poi archiviato accanto a qualcosa che gli somiglia. Passano anni prima che qualcuno torni a guardarlo con occhi diversi.
Nel caso dell’Adansonia, il genere a cui appartengono tutti i baobab, il conteggio delle specie è sempre stato un terreno mobile. La maggior parte di questi alberi cresce in Madagascar, isola che concentra una diversità difficile da eguagliare altrove, mentre il resto si divide tra il continente africano e l’Australia. Una geografia già di per sé affascinante, che racconta di continenti separati e di semi capaci di viaggiare.
Un gigante che nasconde ancora dei segreti
La scoperta di una specie rimasta nascosta in piena vista dice qualcosa anche sul modo in cui funziona la ricerca botanica. Non tutto si trova esplorando territori vergini. Molto si trova rileggendo campioni vecchi, confrontando dati genetici, misurando fiori e frutti con strumenti che trent’anni fa non esistevano. Il lavoro sul baobab segue questa strada, quella meno spettacolare ma spesso più produttiva.
C’è poi un aspetto pratico. Ogni volta che una popolazione di alberi viene riconosciuta come specie a sé stante, cambia anche il suo stato di conservazione. Quello che prima sembrava un gruppo abbondante può rivelarsi un insieme di entità distinte, alcune delle quali con numeri ben più ridotti e quindi più esposte ai rischi. Deforestazione, cambiamenti nell’uso del suolo, siccità prolungate: i baobab non sono immuni a nulla di tutto questo, nonostante la fama di alberi indistruttibili e la longevità che li accompagna.
Restano piante fuori scala, capaci di vivere per secoli e di diventare punti di riferimento per intere comunità. In molte zone il baobab è fonte di cibo, di fibre, di ombra, a volte di acqua. Il frutto viene consumato, la corteccia lavorata, il tronco cavo usato come rifugio. Difficile trovare un altro albero che intrecci la propria esistenza a quella delle persone in modo così diretto. E ora, con un nome in più nell’elenco, la famiglia dei baobab è ufficialmente più numerosa di quanto si credesse.








