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Chi passa qualche minuto al Supercharger con il browser dell’auto aperto conosce bene la scena: banner che si accavallano, un video che parte da solo e divora dati, la pagina che arranca come se stesse caricando da una connessione di quindici anni fa. Con l’aggiornamento 2026.32.3 Tesla ha infilato dentro il suo browser di bordo un ad blocker nativo, cioè un blocco pubblicità integrato che agisce prima ancora che gli annunci arrivino sullo schermo. Curiosamente, la novità non compare nelle note di rilascio ufficiali: è emersa dai test della community e da un video pubblico girato da un proprietario, diffuso il 9 settembre 2026.
Il funzionamento è di una semplicità quasi disarmante. Nella barra degli strumenti del browser Tesla è comparso un pulsante con la scritta “AD”, posizionato in alto a destra. Una volta attivato, elimina banner, sovrapposizioni pop up e quei lettori video flottanti che seguono lo scroll della pagina. Il tutto avviene prima del rendering, quindi l’annuncio non viene nascosto dopo essere stato caricato ma proprio bloccato all’origine.
Come lavora il nuovo pulsante AD
Il filtro sembra agire a livello di richieste di rete, impedendo ai tracker pubblicitari e agli script di analisi di terze parti di essere scaricati. Sullo schermo resta il testo dell’articolo e i contenuti multimediali essenziali, nulla di più. Niente menù di configurazione, niente liste personalizzate, niente eccezioni per singolo sito: il blocco pubblicità è un interruttore acceso o spento, e una volta attivo lavora da solo senza altre impostazioni da toccare. È un approccio volutamente grezzo, che però ha il pregio di non richiedere alcuna competenza tecnica a chi lo usa. Un tocco e via, il resto lo fa il software. Per ora non esistono controlli granulari, e chi sperava di poter fare eccezioni per i siti che preferisce dovrà aspettare eventuali sviluppi futuri.
Le Tesla più vecchie sono quelle che ci guadagnano di più
Le vetture con infotainment basato su chip AMD Ryzen gestiscono già le pagine web moderne con una fluidità accettabile. Per quei proprietari il filtro è un miglioramento di comfort, piacevole ma non decisivo. Discorso completamente diverso per chi guida una Tesla con hardware Intel Atom, il cosiddetto MCU 2. Su quella piattaforma i siti carichi di script hanno storicamente causato ritardi nei comandi, scatti durante lo scorrimento e crash veri e propri del browser. Bloccare i framework pubblicitari prima che vengano caricati libera cicli di CPU e memoria proprio dove servono. Il risultato pratico è un browser che finalmente si comporta come ci si aspetterebbe, anche su macchine che hanno qualche anno sulle spalle.
C’è poi un secondo vantaggio, meno visibile ma altrettanto concreto. Meno richieste di rete significano meno traffico dati consumato, un dettaglio che interessa parecchio chi paga l’abbonamento Premium Connectivity e tiene d’occhio quanto la macchina scarica durante le soste.
Un browser che somiglia sempre di più a quello di un computer
Il filtro antipubblicità non arriva isolato. L’aggiornamento 2026.26, quello battezzato “Summer”, aveva già spinto il browser verso un’esperienza da desktop introducendo le videochiamate tramite la telecamera dell’abitacolo, la sincronizzazione dei segnalibri, la riproduzione video a schermo intero e un ridimensionamento delle pagine più curato. L’ad blocker prosegue lungo quella stessa direzione.
Nello stesso pacchetto 2026.32 viaggiano altre due novità. La schermata di configurazione di cerchi e pneumatici è stata ridisegnata: al posto del vecchio elenco a tendina compare ora una griglia visiva con i modelli di cerchi renderizzati a colori. E dentro Apple Music arriva una scheda dedicata alla ricerca nella Libreria, pensata per ritrovare i brani salvati senza doverli pescare in mezzo ai risultati del catalogo globale. Il pulsante AD resta per il momento una soluzione tutto o niente, senza controlli per singolo sito né liste modificabili. Per chi passa davvero del tempo a navigare durante le ricariche, quel singolo tocco vale comunque la pena.








