Diverse case automobilistiche cinesi vogliono entrare nel mercato degli Stati Uniti, e alcune si sono spinte oltre, dicendosi disposte a costruire stabilimenti proprio sul suolo americano. Sulla carta suona come un affare per tutti. Eppure la questione è tutt’altro che semplice, come dimostra quello che è successo a Polestar, che ha prodotto negli Stati Uniti e nonostante questo è finita comunque fuori dai giochi dopo il 2026.
Il caso di Xpeng aiuta a inquadrare bene il momento. Il suo amministratore delegato, He Xiaopeng, ha annunciato di recente il desiderio di lanciare il marchio negli Stati Uniti, ipotizzando persino la costruzione di fabbriche locali. Lui stesso però ha ammesso che il clima politico attuale non è esattamente il terreno più fertile per una mossa del genere. E qui nasce la domanda che vale la pena porsi: le case cinesi dovrebbero essere ammesse negli Stati Uniti a patto che producano lì i loro veicoli?
Auto cinesi: un affare vantaggioso, almeno sulla carta
A guardarla da vicino, sembra una situazione in cui vincono tutti. I consumatori avrebbero nuove opzioni tra cui scegliere e, potenzialmente, prezzi più bassi. I nuovi stabilimenti genererebbero migliaia di posti di lavoro, ai quali se ne aggiungerebbero altri sul territorio grazie all’apertura di concessionarie sparse per il Paese. Senza dimenticare gli investimenti freschi negli Stati Uniti e le nuove entrate fiscali per lo Stato.
Proprio questo è ciò che l’amministrazione Trump ha cercato di ottenere. Lo stesso presidente lo ha detto con parole nette, spiegando che se una casa cinese vuole entrare, costruire lo stabilimento e assumere lavoratori americani, amici e vicini di casa compresi, allora ben venga. Un’apertura piuttosto esplicita verso la Cina, insomma. Il problema è che i fatti, almeno finora, hanno raccontato una storia diversa.
Il caso Polestar e le contraddizioni del sistema
Perché Polestar ha fatto esattamente quello che si chiedeva. La 3, il suo SUV, è stata prodotta a Ridgeville, in South Carolina, sulla stessa linea della Volvo EX90. A maggio Volvo ha ottenuto una deroga che mette al riparo i suoi veicoli e la sua tecnologia dal divieto previsto dalla regola sulla sicurezza della catena di fornitura tecnologica per i veicoli connessi.
Polestar, invece, quella deroga non l’ha avuta. Il risultato è che il marchio lascerà gli Stati Uniti alla fine dell’anno modello 2026. Continuerà a vendere le scorte già disponibili di 3 e 4, ma nulla di più. E qui la faccenda scricchiola parecchio. Si può pensare quello che si vuole di Polestar, però l’azienda meritava un trattamento migliore, e la decisione fatica a stare in piedi.
Un conto sarebbe stato bloccare la 4 importata, questo avrebbe avuto una sua logica. Tutt’altra cosa è mandare fuori mercato un crossover costruito in America, soprattutto quando il modello che condivide la stessa piattaforma se la cava senza problemi. Una contraddizione che pesa, e non poco, sul discorso più ampio riguardo a un’eventuale apertura ai marchi cinesi disposti a produrre negli Stati Uniti.


