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La diagnosi di autismo è finita al centro di una discussione piuttosto accesa dopo le parole di Dame Uta Frith, ricercatrice che studia questo tema da sessant’anni e che sostiene la necessità di un cambiamento radicale nel modo in cui la diagnosi viene formulata. Secondo la studiosa il rischio concreto è che l’etichetta stia perdendo significato, diventando così ampia da dire poco o nulla su chi la riceve. Una posizione che non è passata inosservata e che ha raccolto critiche numerose, immediate e in diversi casi molto dure.
Il punto sollevato da Uta Frith riguarda la natura stessa dello strumento diagnostico. Quando una categoria si allarga fino a comprendere quadri estremamente diversi tra loro, la domanda che si pone la ricercatrice è se quella parola conservi ancora una utilità pratica, sia per la ricerca sia per chi lavora nei servizi. Il ragionamento non nasce dal nulla, considerando che parliamo di una figura che ha attraversato decenni di studi sull’autismo e che ha contribuito a costruire buona parte del linguaggio con cui oggi se ne parla.
Autismo: perché la proposta ha acceso il dibattito
La reazione della comunità scientifica è stata tutt’altro che tiepida. Diversi ricercatori hanno risposto che gli argomenti portati avanti da Frith semplicemente non reggono, e che l’idea di una revisione radicale della diagnosi rischia di creare più problemi di quanti ne risolva. Il tema, del resto, tocca corde molto sensibili. Dietro ogni categoria diagnostica ci sono persone, famiglie, percorsi di supporto, accesso a servizi e riconoscimenti che dipendono proprio da quella parola scritta su un referto.
C’è poi un aspetto che rende la discussione ancora più complicata. Modificare i criteri non è un esercizio teorico da manuale, ma un intervento che ha ricadute immediate su chi oggi si riconosce in quella definizione. Chi contesta la posizione della ricercatrice sottolinea proprio questo, ovvero che ridisegnare i confini dell’autismo significherebbe lasciare fuori qualcuno, e che le conseguenze di una scelta simile andrebbero valutate con estrema cautela prima ancora di discuterne l’impianto scientifico.
Una veterana della ricerca contro il coro
Sessant’anni di lavoro sul campo danno peso a qualsiasi affermazione, e infatti la posizione di Dame Uta Frith non è stata liquidata come una provocazione isolata. È stata discussa, smontata punto per punto da chi non la condivide, difesa da chi ritiene che il tema meritasse comunque di essere sollevato. La ricercatrice ha avuto modo di spiegare le ragioni della sua proposta, ribadendo che il problema non riguarda le persone autistiche ma lo strumento con cui vengono identificate.
Il nodo resta quello della precisione. Una categoria che comprende situazioni estremamente eterogenee complica il lavoro di chi fa ricerca scientifica, perché rende difficile confrontare studi diversi e individuare meccanismi comuni. Dall’altra parte, però, c’è chi ricorda che l’ampiezza della definizione ha permesso a molte persone di ottenere finalmente una spiegazione e un supporto che prima non ricevevano.
Il confronto è ancora aperto e coinvolge clinici, ricercatori e comunità di persone autistiche, ciascuno con priorità che non sempre coincidono. Frith continua a sostenere che senza un ripensamento serio la parola perderà progressivamente il proprio valore descrittivo, mentre i suoi critici replicano che le prove portate a sostegno di questa tesi non sono sufficienti a giustificare un cambiamento di tale portata.








