Sette stati americani hanno segnalato una serie di attacchi informatici ai sistemi di controllo dei loro acquedotti, e alcuni funzionari puntano il dito verso l’Iran. Non ci sono ancora prove definitive che sia stata Teheran a orchestrare queste azioni, ma il quadro raccontato dalle autorità parla di una escalation partita da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la campagna di bombardamenti contro il paese. Un dettaglio pesa più di altri, gli aggressori non hanno avanzato alcuna richiesta di denaro. E questo, di solito, indica attori statali che non agiscono per profitto.
Il Minnesota è stato il primo a denunciare un attacco di questo tipo, seguito a ruota dal Michigan. Nessuna interruzione grave finora, l’acqua del rubinetto resta potabile, ma i governi locali e statali continuano a tenere gli occhi aperti. La preoccupazione più grande riguarda i sistemi informatici più datati, quelli che monitorano la qualità dell’acqua, regolano i trattamenti chimici e gestiscono la pressione idrica. Soprattutto quando sono collegati a internet, diventano un bersaglio comodo.
Le piccole città in prima linea, tra controllo manuale e budget risicati
Braham, in Minnesota, è una delle località colpite. Parliamo di una cittadina con meno di 2.000 abitanti, a una ottantina di chilometri a nord di Minneapolis. Il sindaco Nate George ha spiegato di aver già ricevuto indicazioni su come risolvere il problema e rafforzare le difese contro attacchi futuri. Per adesso la gestione manuale tiene in piedi il servizio idrico, ma il vero nodo è un altro. “La cosa che mi preoccupa all’orizzonte è come muoverci verso un sistema più sicuro. Gli aggiornamenti dell’infrastruttura informatica costano tantissimo, e noi siamo una municipalità davvero piccola”, ha detto George.
Lo stesso sindaco ha ripreso i sospetti circolati tra alcuni funzionari federali, senza però confermarli del tutto. “Riceviamo informazioni a spizzichi e bocconi dallo stato del Minnesota e dall’FBI. Sono abbastanza sicuri che si tratti di attori iraniani.” Mentre gli stati corrono ai ripari per proteggere acquedotti e infrastrutture critiche, la Casa Bianca ha ridimensionato la faccenda. Il presidente Donald Trump ha liquidato la questione così, “Penso che dietro ci sia il Minnesota. Non credo ci sia stato alcun attacco informatico iraniano.”
Dalla guerra fisica al quinto dominio, il cyberspazio
Non è la prima volta che hacker iraniani colpiscono un’istituzione statunitense durante il conflitto del 2026, ma è la prima volta che vengono toccati servizi essenziali e infrastrutture sul territorio continentale. La CISA, l’agenzia americana per la sicurezza informatica e delle infrastrutture, aveva già lanciato allarmi su possibili offensive iraniane, eppure le municipalità più piccole restano il punto debole della catena.
Vale la pena ricordare che anche l’Iran è finito in passato nel mirino di attacchi che molti esperti attribuiscono agli Stati Uniti. Il più celebre è stato Stuxnet, usato nel 2009 per danneggiare e distruggere strumenti fondamentali del programma nucleare iraniano. Più di recente, il malware CanisterWorm ha colpito macchine iraniane cancellandone i dati senza un motivo apparente. Anche qui, nessuno si è preso la responsabilità. Le guerre si sono sempre combattute per terra e per mare, poi in cielo e nello spazio. Ma con internet diventato indispensabile per la società, il cyberspazio si è imposto in fretta come un quinto dominio che gli stati devono proteggere e dominare. “Questo è l’aspetto della guerra moderna”, ha scritto su X il governatore Tim Walz.









