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Astronauti, perché in orbita la digestione diventa un problema

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Chi vive per mesi in microgravità deve fare i conti con una serie di fastidi che raramente finiscono nei comunicati ufficiali delle agenzie spaziali, e tra questi ci sono i problemi digestivi degli astronauti, compresa la difficoltà ad andare di corpo. Una nuova ricerca prova a spiegare da dove arriva questo disturbo, che accomuna astronauti e cosmonauti a bordo delle stazioni orbitali e che, per quanto possa sembrare un dettaglio da barzelletta, incide parecchio sulla qualità della vita in orbita.

Il punto di partenza è semplice e allo stesso tempo controintuitivo. Sulla Terra la gravità lavora in silenzio dentro l’apparato digerente, separa i gas dai liquidi, tiene il contenuto dello stomaco verso il basso e dà una mano al transito intestinale. Togliete quella spinta costante e tutto il sistema si trova a operare in condizioni per cui non è stato progettato dall’evoluzione. Il risultato sono sintomi che l’equipaggio conosce bene e di cui parla con una certa ironia, ma che restano scomodi da gestire in uno spazio chiuso e condiviso.

Astronauti: i famigerati rutti umidi e il resto del corredo

Il caso più citato è quello dei rutti umidi, i cosiddetti wet burps. In assenza di peso, la bolla d’aria che normalmente sale verso l’alto e viene espulsa dall’esofago non ha più un alto verso cui salire. Gas e contenuto liquido dello stomaco restano mescolati, così il classico ruttino liberatorio si trasforma in qualcosa di molto meno piacevole, con una piccola risalita di liquidi. È un problema noto da decenni a chi ha passato del tempo in orbita, tanto che tra gli equipaggi girano da sempre consigli pratici su cosa evitare a tavola, a partire dalle bevande gassate.

Ma i disturbi digestivi non si fermano lì. La permanenza prolungata in orbita porta con sé anche difficoltà legate alla regolarità intestinale, un tema di cui si parla poco ma che gli equipaggi affrontano con una certa costanza. Non è solo una questione di imbarazzo. Un intestino che non funziona come dovrebbe significa gonfiore, disagio, effetti sull’appetito e sulla concentrazione, tutte cose che pesano quando il lavoro quotidiano richiede precisione assoluta e turni lunghi.

Cosa suggerisce la nuova ricerca

La nuova ricerca punta proprio a capire il meccanismo che sta dietro questi episodi, andando oltre la spiegazione generica dell’assenza di gravità. L’obiettivo è individuare cosa cambia davvero nell’apparato digerente quando il corpo smette di percepire il peso, dal modo in cui il cibo si muove lungo il tubo digerente fino alla gestione dei gas che si formano durante la digestione. Capire il perché è il primo passo per costruire contromisure che funzionino sul serio, dalla dieta agli accorgimenti quotidiani a bordo.

La posta in gioco cresce insieme all’ambizione dei programmi spaziali. Missioni sempre più lunghe, con permanenze estese sulla Stazione Spaziale Internazionale e prospettive di viaggi ben oltre l’orbita terrestre, rendono questi disturbi tutt’altro che marginali. Un equipaggio che passa mesi lontano dalla Terra non può permettersi di convivere con fastidi cronici, e la medicina spaziale lo sa da tempo.

Il tema, del resto, rientra in quella categoria di questioni pratiche che l’immaginario collettivo tende a saltare a piè pari quando pensa allo spazio. Le fotografie mostrano tramonti orbitali e passeggiate extraveicolari, molto meno il lavoro di adattamento che il corpo umano deve fare ogni singolo giorno lassù. La digestione in orbita è uno di questi capitoli poco glamour, eppure decisivo, e la ricerca prova finalmente a dare una risposta a un interrogativo che accompagna i voli con equipaggio fin dai primi anni della corsa allo spazio.

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