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Astronauti e danni alle ossa: 90 giorni in orbita possono essere pericolosi

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Le missioni nello spazio rappresentano da sempre una spinta formidabile per la scienza e per la tecnologia, eppure portano con sé qualche conto da pagare, soprattutto sul piano fisico. Un nuovo studio ha messo sotto la lente proprio gli effetti sulle ossa degli astronauti dopo mesi trascorsi in orbita e i risultati non sono esattamente rassicuranti, in particolare per chi affronta permanenze di media e lunga durata lontano dalla Terra.

Il corpo umano, del resto, è costruito per vivere sotto l’azione costante della gravità terrestre. Quando questo equilibrio viene meno per un periodo prolungato l’organismo cambia il suo modo di funzionare e lo fa in maniera tutt’altro che neutrale. Le ossa sono tra le strutture che risentono di più di questo cambiamento e la ricerca ne offre una fotografia piuttosto chiara.

Cosa succede allo scheletro dopo una lunga missione

La ricerca, pubblicata su Mayo Clinic Proceedings, descrive conseguenze poco incoraggianti per il tessuto osseo, che diventano più evidenti nelle spedizioni oltre i 90 giorni di permanenza in orbita. Entrando nel dettaglio, una lunga trasferta spaziale sarebbe associata a un aumento considerevole delle fratture all’anca una volta rientrati sul nostro pianeta. Le zone più colpite sarebbero le epifisi, cioè la parte distale dell’osso. Il confronto con le missioni più brevi e meno impegnative dal punto di vista fisico rende la differenza ancora più marcata.

Al centro di tutto c’è la microgravità, una condizione decisamente insolita per l’organismo umano che di conseguenza reagisce in modo diverso rispetto a quanto accade a terra. Nello spazio le ossa che normalmente sorreggono il peso del corpo ricevono sollecitazioni meccaniche molto meno intense. Con il passare del tempo questo si traduce in una perdita di struttura e di densità ossea, con un rischio di fratture che cresce nel lungo periodo. Nei casi più avanzati si può arrivare a veri e propri quadri di osteoporosi, una condizione che normalmente si associa all’invecchiamento e non certo a persone selezionate per la loro forma fisica eccellente.

Proprio per contrastare questo fenomeno gli astronauti seguono ogni giorno una routine di esercizio fisico abbinata all’assunzione di farmaci specifici. L’obiettivo è limitare quella perdita di tessuto osseo che in assenza di gravità diventa quasi fisiologica e permettere un rientro sulla Terra il più sereno possibile al termine della missione.

Le contromisure della NASA e i limiti della ricerca

Sul fronte della prevenzione la NASA si è già mossa chiedendo di sottoporre gli astronauti a tomografie assiali computerizzate, le classiche TAC, sia prima sia dopo ogni missione. In questo modo la salute dello scheletro resta sotto stretto controllo e diventa possibile valutare con precisione quanto il soggiorno in orbita abbia inciso sulle ossa di ciascun membro dell’equipaggio.

Come ogni lavoro scientifico anche questo studio ha i suoi limiti, e non vanno sottovalutati. Il primo riguarda il numero ridotto di casi analizzati. Gli astronauti costituiscono una fetta davvero esigua della popolazione e mettere insieme un campione ampio è tutt’altro che semplice, il che rende più complicato ottenere dati pienamente attendibili. Per questo motivo le osservazioni emerse vanno lette con la dovuta cautela. Per ora si tratta di una semplice associazione statistica tra le permanenze prolungate in orbita e il maggior rischio di fratture, un legame che dovrà essere confermato nel tempo quando sarà disponibile un gruppo di riferimento più numeroso di quello attuale.

Fonte: TecnoAndroid

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