Il chip più potente mai progettato da Apple, quello che avrebbe dovuto tenere in vita il Mac Pro, è finito in un cassetto prima ancora di arrivare sul mercato. Si chiamava M Extreme e per anni è stato poco più di una voce di corridoio, un nome che rimbalzava tra gli appassionati senza mai trovare conferma. Adesso il quadro è chiaro. Apple lo ha costruito, non una ma due volte, e in entrambi i casi ha deciso di lasciarlo dov’era.
Il chip di Apple che doveva raddoppiare l’Ultra
La logica dei processori Apple Silicon per Mac è sempre stata quella della moltiplicazione. Il chip Ultra, in pratica, non è altro che due Max uniti tra loro. L’Extreme sarebbe stato il gradino successivo di questa scala. L’idea era offrire il doppio dei core di CPU e GPU rispetto all’Ultra stesso, il che significava, tradotto in pratica, mettere insieme due chip Ultra in un unico pacchetto.
Mark Gurman lo ha descritto come il nome di marketing più logico per qualcosa che stava sopra l’Ultra, e non serve molta fantasia per capirne il motivo. Un chip del genere avrebbe messo Apple a giocare alla pari con le workstation più costose sul mercato, quelle che montano schede grafiche professionali di Nvidia o AMD e costano cifre a cinque zeri. Apple lo ha realizzato davvero. Due volte. Con l’M2 e con l’M3. E in entrambi i casi è rimasto un prototipo mai uscito dai laboratori.
Non è una fuga di notizie spuntata dal nulla. Già a dicembre del 2022 Gurman segnalava che l’M2 Extreme era con ogni probabilità accantonato, mesi prima ancora che Apple presentasse il Mac Pro con M2 Ultra. Quello che cambia adesso è il contesto. Quel pezzo isolato di quattro anni fa combacia con una seconda cancellazione, quella dell’M3 Extreme, e con il colpo finale arrivato quest’anno con il ritiro del Mac Pro.
I numeri che hanno affossato l’Extreme
La decisione di non far uscire l’Extreme si spiega con due fattori: il costo di produzione e la domanda. Costruire un chip che unisce due Ultra non è come chiedere alla fabbrica di affiancare quattro Max invece di due. Ogni salto di questo tipo fa lievitare le dimensioni della piastrina di silicio. E più grande è quel pezzo di silicio, più cara diventa la produzione, perché aumentano le probabilità che compaia un difetto durante il processo.
Il Mac Pro non è mai stato un computer da grandi numeri. È la parte più piccola di tutta la gamma Mac, acquistata quasi esclusivamente da studi di produzione, università e aziende con esigenze molto specifiche di espansione interna tramite schede PCIe. Fabbricare il chip più caro e complesso di tutta la storia di Apple per venderlo dentro il computer meno venduto del marchio è un’equazione che, prima o poi, smette di tornare.
Ed è qui che le due notizie diventano una sola. Il Mac Pro con M2 Ultra e quello con M3 Ultra che abbiamo effettivamente avuto non hanno mai offerto più potenza di processore rispetto al Mac Studio equivalente. Il loro unico vantaggio era la possibilità di infilare schede PCIe interne, cosa che un pugno di professionisti continua a richiedere, ma che non bastava più a giustificare un computer intero con la sua fascia di prezzo dedicata.
L’Extreme era il pezzo che dava un senso a tutto. Un chip che esistesse solo nel Mac Pro, con il doppio della potenza di qualsiasi altro Mac in catalogo. Senza di lui, Apple si è ritrovata con un computer che costava di più e rendeva uguale al fratello minore. Quest’anno, dopo venti anni di storia, ha deciso che non valeva più la pena tenerlo in vita, e il Mac Pro è sparito dal sito ufficiale.
Resta però il disegno già pronto. Apple ha dimostrato due volte di saper costruire un chip capace di raddoppiare l’Ultra e di preferire comunque tenerlo nel cassetto. Se un giorno tornerà un computer che ha bisogno di quel tipo di potenza, l’Extreme è già progettato. Basta solo che qualcuno a Cupertino decida che stavolta conviene davvero produrlo.