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Il sostituto del 4K Blu-ray è già operativo, sta dentro gli store digitali di mezzo mondo e non piacerà a chi tiene alla qualità dell’immagine. I dischi stanno uscendo di scena in silenzio, senza proteste, perché lo streaming è semplicemente più comodo e perché comprare una copia digitale sembra la stessa identica cosa, solo senza l’ingombro sullo scaffale. Peccato che non lo sia affatto, e il problema non riguarda soltanto il concetto di proprietà. Il modo in cui si guardano i film in casa è cambiato radicalmente. Niente lettore, niente custodie, niente spazio da liberare. Un file acquistato nel 2013 funziona ancora oggi, cosa che spesso non si può dire di vecchi DVD o videocassette. Suona bene, finché non si guarda cosa viene venduto davvero.
Quello che viene comprato non è un file
Le piattaforme non consegnano un filmato. Vendono una voce di licenza che vive dentro il loro database, legata a un account. Quando si preme play, il sistema controlla l’account, la posizione geografica, il livello di sicurezza del dispositivo, e solo dopo rilascia le chiavi di decrittazione. Senza server attivo e senza connessione, non c’è riproduzione. Tutto dipende dal fatto che quella infrastruttura continui a esistere.
È questo il punto che manda in bestia chi ci fa caso, perché non esiste una copia da tenere. Si acquista il permesso di guardare, permesso che viene verificato ogni singola volta. E quel permesso può essere revocato, con pochissime possibilità di rivalsa.
Per studi e piattaforme si tratta di un affare eccellente, ed è il motivo per cui difendono il modello con le unghie. Nessun disco da stampare, nessuna custodia da produrre, nessuna spedizione. Solo licenze vendute direttamente ai dispositivi che le persone già possiedono. In più, passando tutto dalle loro app, arrivano i dati su cosa viene visto, quando e con che frequenza. Un meccanismo redditizio, che diventerà lo standard proprio ora che il Blu-ray si avvia alla pensione.
Lo streaming butta via dati, e si vede
La differenza tra un 4K Blu-ray e un flusso in 4K sta quasi tutta nella quantità di dati che ciascuno può permettersi. Il codec è lo stesso, HEVC/H.265, ma le informazioni visive trasportate sono su due pianeti diversi. Un disco Ultra HD arriva a 108 Mbps su doppio strato e a 128 Mbps su triplo strato. In pratica un film viaggia con un bitrate variabile tra 50 e 90 Mbps, con picchi anche superiori. Le piattaforme di streaming, invece, sono obbligate a comprimere, perché pagano la banda delle reti di distribuzione e devono fare i conti con connessioni domestiche mediocri.
Apple TV è stata misurata intorno ai 29 Mbps di media su alcuni titoli in HEVC. Amazon e gran parte dei servizi in abbonamento scendono ancora, tra 15 e 20 Mbps per il 4K. Netflix, con la sua codifica più efficiente, punta a una media massima attorno agli 8 Mbps. Meno della metà di quanto concede un disco.
Gli encoder per lo streaming usano una compressione aggressiva tra fotogrammi, aggiornando solo i pixel che cambiano. Funziona, ma cancella i dettagli fini come la trama di un tessuto, i pori della pelle, la nitidezza generale dell’ambiente. Sugli schermi grandi diventa evidente. E il ritornello del “tanto nessuno se ne accorge” è già servito in passato a peggiorare la qualità senza clamore. Quando i dischi spariranno, non esisterà più un termine di paragone ad alto bitrate e i servizi potranno abbassare i valori quando conviene, senza che nessuno possa verificare.
Archiviare i film in proprio richiede lavoro vero
Sempre più persone tornano ai supporti fisici, stanchi di negozi digitali capaci di togliere l’accesso a contenuti già pagati. I dischi però si graffiano, si degradano, e un giorno potrebbero non esserci più lettori compatibili. Da qui l’idea di copiare i dischi in un archivio privato tenuto su hardware personale, con MakeMKV come strumento di riferimento, capace di rimuovere le protezioni da Blu-ray e 4K UHD e di impacchettare tutto in un file MKV mantenendo intatte qualità video e audio.
Trovare contenuti venduti senza DRM resta complicato. La musica ha risolto con negozi come Bandcamp, dove si scaricano MP3 o FLAC che restano utilizzabili per sempre, e gli ebook hanno alternative simili con Smashwords. Per il cinema il muro è più alto, visto che gli studi di Hollywood rifiutano di distribuire senza protezioni. Restano i registi indipendenti su Vimeo on Demand e i film di pubblico dominio su Archive.org.
Possedere davvero la propria collezione significa comprare i dischi, copiarli, gestire i file, curare backup e hardware. Non è economico e non è comodo. L’alternativa è affittare l’intera libreria da aziende che possono cambiare le condizioni o fallire. La maggior parte delle persone non monterà mai un server casalingo, perché lo streaming è più semplice e oggi la differenza sembra trascurabile. Quando i dischi saranno spariti, le piattaforme non avranno più alcuna ragione competitiva per tenere alti i bitrate o stabili le licenze.








