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Il razzo Zhuque-3 di LandSpace ha portato a termine con successo la sua seconda missione, e il dato che pesa di più non riguarda tanto il decollo quanto quello che è successo dopo: il primo stadio è tornato indietro e si è posato a terra in modo perfetto. Un rientro pulito, senza sbavature, che consegna alla Cina il suo secondo lanciatore capace di riutilizzare la parte più costosa del veicolo.
Il precedente è recentissimo. Poco più di un mese fa era arrivato il primo recupero in assoluto del primo stadio di un lanciatore cinese, quello del Long March 10B. Due traguardi ravvicinati che raccontano una fase di accelerazione piuttosto evidente, con programmi statali e aziende private che si muovono quasi in parallelo sullo stesso obiettivo.
Perché il rientro del primo stadio cambia le carte in tavola
Il primo stadio è, in sostanza, il pezzo grosso di un razzo. Contiene la maggior parte dei motori e assorbe la fetta più consistente dei costi di costruzione. Fino a pochi anni fa finiva regolarmente in mare o distrutto, considerato materiale di consumo. Recuperarlo intatto significa poterlo ispezionare, rimetterlo in condizione e, potenzialmente, farlo volare di nuovo. Da qui l’espressione razzo riutilizzabile, che nel settore ormai è diventata quasi una condizione minima per restare competitivi.
Il fatto che a riuscirci sia stata LandSpace, una realtà privata, aggiunge un elemento interessante al quadro. Non si tratta soltanto di un programma spaziale nazionale che avanza per conto proprio, ma di un ecosistema in cui più soggetti lavorano su tecnologie simili con tempistiche compresse. E quando due successi di questo tipo arrivano nel giro di poche settimane, di solito vuol dire che la fase sperimentale sta lasciando spazio a qualcosa di più solido.
Un secondo lanciatore recuperabile per la Cina
Con Zhuque-3 la Cina si trova ora ad avere due lanciatori che hanno dimostrato di poter riportare a casa il proprio stadio principale. Il Long March 10B da una parte, legato al filone dei grandi vettori nazionali, e il razzo di LandSpace dall’altra, espressione della componente privata dell’industria spaziale cinese. Due strade diverse, stesso risultato.
Vale la pena ricordare quanto sia delicata un’operazione del genere. Il primo stadio deve rallentare, riorientarsi, gestire il rientro nell’atmosfera e infine appoggiarsi al suolo con una precisione che non ammette approssimazioni. Basta poco perché la manovra si trasformi in un fallimento spettacolare. Il fatto che l’atterraggio sia stato descritto come perfetto dice parecchio sul livello di maturità raggiunto dai sistemi di controllo e dai motori impiegati.
Per il settore dei lanci, la ricaduta più immediata riguarda i costi. Ogni stadio recuperato è materiale che non va ricostruito da zero, e questo si traduce in cadenze di lancio potenzialmente più fitte e in prezzi che possono scendere. Una logica che il mercato conosce bene e che finora era stata dimostrata su scala industriale soprattutto altrove.
La seconda missione di Zhuque-3 si chiude quindi con un doppio segno positivo, tra il volo portato a termine e il primo stadio riportato a terra integro. Nel giro di un mese la Cina è passata dal primo recupero in assoluto alla replica con un vettore completamente diverso, sviluppato da un’azienda privata.










