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Swift, la NASA rinuncia a salvare il telescopio spaziale

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Il tentativo di salvare il telescopio spaziale Swift non ci sarà: la NASA e l’azienda aerospaziale Katalyst hanno deciso di rinunciare alla manovra che avrebbe dovuto rialzare l’orbita dell’osservatorio, ormai destinato a rientrare e bruciare nell’atmosfera. A far saltare tutto è stato un guasto al sistema di controllo dell’assetto della sonda LINK, il veicolo costruito proprio per raggiungere Swift e dargli una spinta verso quote più sicure. Senza quel sistema pienamente funzionante, l’aggancio e la successiva accelerazione diventano un rischio che nessuno se l’è sentita di correre.

Il controllo d’assetto, per dirla in parole semplici, è ciò che permette a un veicolo spaziale di sapere come è orientato e di correggere la propria posizione con precisione millimetrica. In una manovra di avvicinamento a un satellite che non collabora, che non ha cioè punti di attracco pensati per essere afferrati, quella precisione non è un dettaglio tecnico ma la differenza tra un’operazione riuscita e una collisione. Un urto avrebbe potuto generare detriti e peggiorare una situazione già compromessa.

Cosa succede adesso a Swift

La decisione presa dalla NASA e da Katalyst chiude di fatto la partita sul recupero dell’orbita. Swift continuerà a perdere quota fino al rientro nell’atmosfera, dove la frizione con gli strati più densi lo distruggerà. È il destino naturale di qualsiasi satellite in orbita bassa che non riceva più spinte correttive, solo che in questo caso si tratta di uno strumento scientifico che ha lavorato per anni sui lampi gamma, i fenomeni più violenti che l’universo sappia produrre.

La cosa interessante, e in un certo senso amara, è che LINK non resterà a guardare. La sonda si avvicinerà comunque al telescopio, ma senza poterlo spingere più in alto. Un incontro ravvicinato che avrà valore come esercizio operativo, non come salvataggio. Tutto quello che verrà raccolto durante l’avvicinamento servirà a capire meglio come si comportano questi veicoli quando devono operare accanto a un oggetto che si muove liberamente e senza controllo.

Le missioni di servizio in orbita restano una sfida aperta

Il caso mette in evidenza quanto sia ancora complicato il capitolo delle missioni di servizio orbitale, cioè quelle operazioni pensate per prolungare la vita dei satelliti già in volo invece di lasciarli morire. Sulla carta l’idea è semplice e pure conveniente: un veicolo raggiunge il satellite in difficoltà, lo aggancia, gli restituisce quota. Nella pratica ogni fase dell’operazione richiede una precisione estrema e un margine di errore praticamente nullo.

Katalyst si era assunta il compito di dimostrare che quel modello poteva funzionare anche su un bersaglio non progettato per essere servito. Il guasto al controllo d’assetto di LINK ha fermato tutto prima ancora della fase più delicata, ricordando che nello spazio basta un sottosistema fuori uso per far cadere l’intero piano.

Per la comunità scientifica la perdita di Swift pesa. L’osservatorio è stato uno dei riferimenti nello studio dei lampi gamma, capace di individuarli e di girare rapidamente le coordinate agli altri telescopi, terrestri e spaziali, perché potessero puntare nella stessa direzione prima che il segnale svanisse. Quel ruolo di sentinella, una volta esaurito, lascia un vuoto che andrà colmato con altri strumenti.

L’avvicinamento di LINK resta quindi l’ultimo capitolo di questa vicenda, un passaggio ravvicinato che servirà a raccogliere dati mentre il telescopio scende lentamente verso la sua fine.

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