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YouTube Music non batte Spotify: ecco perché si torna indietro

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Ogni anno la stessa storia, e ogni anno la stessa conclusione: YouTube Music sembra la scelta più sensata sulla carta, ma alla prova dei fatti non riesce a sostituire Spotify. Il ragionamento è semplice e lo fanno in tanti. Se l’abbonamento a YouTube Premium costa circa 13 euro al mese e comprende già il servizio musicale, perché continuare a versare altri 11 euro al mese a Spotify? Sono circa 130 euro l’anno buttati per un doppione. Eppure basta qualche settimana di prova per tornare indietro, valigie in mano, alla piattaforma svedese.

Il pulsante like condiviso rovina tutto

La radice del problema sta in una scelta di Google che sulla carta suona elegante e nella pratica crea disastri: il pulsante “mi piace” è lo stesso per i video e per la musica. Nelle app musicali, da Spotify ad Apple Music passando per Tidal, il cuoricino serve a costruire la propria libreria. Su YouTube, TikTok o Instagram, invece, quello stesso gesto significa una cosa completamente diversa: contenuto gradito, mostramene altri simili. Fondere i due concetti porta a scene surreali. Un like a un montaggio di combattimenti anime trovato per caso su YouTube, e la mattina dopo quel remix parte in macchina dentro la playlist musicale. Una collezione curata nel tempo finisce inquinata da meme e video casuali. Esiste un filtro per evitare che i video piaciuti finiscano nella libreria musicale, ma il travaso avviene in entrambe le direzioni e non c’è una soluzione davvero pulita. La sezione dei video piaciuti su YouTube, a quel punto, si riempie di centinaia di canzoni. L’unico rimedio concreto è usare due account separati, uno per i video e uno per la musica.

Database video contro database audio

C’è poi una differenza tecnica che spiega molte cose. Spotify lavora con un archivio pensato per l’audio: ogni brano è un’entità precisa, con metadati rigidi come artista, album e anno, dentro una struttura costruita per le discografie. YouTube Music parte invece da un archivio pensato per i video. Ecco perché cercando una canzone escono cinque risultati diversi: l’audio ufficiale, il videoclip, il lyric video, il caricamento di un fan e la versione live. Su Spotify esiste una sola traccia canonica, qui ce ne sono cinque che suonano tutte uguali. Districarsi in questo groviglio richiede lavoro manuale, e gli strumenti per farlo semplicemente non ci sono.

Chi ama tenere le cose in ordine se ne accorge subito. Le playlist su YouTube Music sono un incubo da gestire. Spotify, nonostante i continui restyling dell’interfaccia, permette ancora di ordinare i brani preferiti per titolo, artista o album. YouTube Music tratta la libreria con fastidio evidente, perché vuole tenere gli utenti dentro il feed. Ordinando una playlist lunga le opzioni si riducono a manuale oppure dal più recente al più vecchio. Mettere in fila alfabetica per artista una raccolta da tremila brani per ritrovare tutti i pezzi di David Bowie non è possibile. Bisogna spostarli a mano, uno dopo l’altro. E anche accettando questa fatica, il trascinamento dei brani nell’interfaccia web funziona male.

La scheda Samples e una questione di intenzioni

Niente riassume la natura video del servizio come la scheda Samples, il feed verticale a scorrimento infinito piazzato in bella vista nella barra di navigazione in basso. Anche Spotify propone brevi video per la scoperta di nuova musica, ma li tiene fuori dai comandi principali. Il problema è che Samples pesca dalle abitudini di visione su YouTube, quindi finisce per proporre video di shamisen giapponese a chi ha passato qualche serata a guardare musica tradizionale per curiosità.

Il prodotto in sé non è scadente. Come funzione inclusa in YouTube Premium ha un valore enorme, con un catalogo sterminato e un costo aggiuntivo praticamente nullo. Il punto è l’intenzione. Spotify e Apple Music costruiscono una libreria audio, YouTube Music è un’estensione dell’impero video che gira in sottofondo. Finché Google non deciderà di realizzare un’app musicale che parli davvero di musica, quei 11 euro al mese continueranno a partire verso Spotify, il prezzo di un panino per avere una libreria pulita.

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