Nella fabbrica di automobili di Xiaomi, i robot umanoidi hanno smesso di essere semplici tirocinanti e stanno diventando qualcosa di molto vicino a operai veri e propri. La svolta arriva dallo stabilimento dove nascono le SU7 e le YU7, i due modelli con cui l’azienda cinese ha trasformato la produzione in uno spettacolo capace di attirare curiosi disposti persino a pagare pur di vedere come vengono assemblate le vetture. Merito di una strategia di marketing intelligente, certo, ma anche di un dettaglio difficile da ignorare, ovvero questi macchinari dalle sembianze umane che lavorano sulla catena di montaggio.
La storia comincia lo scorso marzo, quando Lei Jun, fondatore e amministratore delegato di Xiaomi, aveva raccontato che una serie di robot stava facendo praticamente uno stage all’interno degli impianti. Compiti niente di esaltante, va detto. Un’unica mansione ripetuta all’infinito, cioè posizionare dadi autofilettanti sui componenti del pianale delle auto.
Da stagisti a esperti in pochi mesi
Il lavoro affidato a questi umanoidi è forse la rappresentazione più fedele di cosa significhi la catena di montaggio. Il sistema raccoglie i dadi da un dispositivo automatico di alimentazione e li deposita nel punto giusto, dove poi avviene l’avvitamento automatico. In sostanza, i robot mettevano dadi e basta. A marzo Lei Jun aveva parlato di un tasso di successo del 90,2 per cento nel collocamento dei dadi, mantenuto per tre ore di funzionamento autonomo e continuo. Quel numero indica le operazioni corrette rispetto al totale dei tentativi, con un ciclo produttivo calibrato sui 76 secondi. E nelle fabbriche i tempi sono tutto, soprattutto quando ogni passaggio è automatizzato e gli obiettivi di uscita delle vetture non ammettono ritardi.
Mettere un dado sembra banale, ma qui la faccenda si complica. Non parliamo di viti da mobile Ikea. La sfida vera è far sì che il dado autofilettante si allinei e si posizioni con precisione assoluta sul perno prima dell’avvitamento. Altrimenti il sistema si blocca e l’unione resta incompleta. A rendere il tutto più difficile ci sono tre fattori. La presa cambia a ogni ciclo, quindi l’orientamento del dado nella pinza non è mai lo stesso. Poi c’è la fisica, con la zigrinatura interna e l’attrazione magnetica del perno che complicano l’incastro. Infine l’ambiente operativo, tra angoli di lavoro limitati e interferenze esterne nell’area di assemblaggio.
Il salto verso compiti più complessi
Nonostante tutte queste difficoltà, Lei Jun è tornato a farsi sentire per annunciare che i robot umanoidi sono passati dal 90,2 per cento a un tasso di successo del 98 per cento. Secondo il dirigente, si trovano a un solo punto percentuale di distanza dai lavoratori umani. E la cosa più rilevante è che ora sono pronti ad affrontare mansioni ben più impegnative.
Proprio grazie a questi risultati, gli umanoidi hanno lasciato i dadi per spostarsi verso nuove postazioni. Tra le nuove attività ci sono l’installazione dei pannelli laterali della console centrale e la piegatura e il riciclo di alcuni componenti. Il pannello laterale in particolare è un bel grattacapo, perché si tratta di un elemento grande, flessibile e dalla forma irregolare che richiede diversi cicli di presa e collocazione in posizioni differenti.
Xiaomi sostiene che sia la prima volta in assoluto che un robot umanoide porta a termine una manipolazione così prolungata di un pezzo del genere su una vera linea di produzione automobilistica, con un tasso di successo stimato oltre il 90 per cento. Nei prossimi quattro mesi si capirà dove arriverà quella percentuale. L’evoluzione di questi macchinari resta comunque notevole, pur trattandosi di robot ancora in fase di test e operativi su una sola postazione di lavoro.