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VGA, perché il connettore a 15 pin resiste ancora dal 1987

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Chi ha aperto un armadio in un ufficio pubblico o in un’aula scolastica negli ultimi anni lo sa bene: il connettore VGA è ancora lì, con le sue quindici forature disposte su tre file e le due viti laterali da stringere a mano. Video Graphics Array, questo il nome per esteso, è sparito quasi del tutto dai portatili e dai desktop di nuova generazione, sostituito da interfacce più moderne e più comode. Eppure continua a resistere, e non per nostalgia.

La spiegazione è meno romantica di quanto si potrebbe pensare. Milioni di computer, proiettori, monitor e apparecchiature usate in ambito professionale funzionano ancora oggi appoggiandosi a questo standard analogico. Sono macchine che fanno il loro lavoro, spesso da anni, senza dare problemi. Buttarle via per passare a modelli più recenti significherebbe spendere cifre importanti, quando invece tenerle operative costa una frazione di quella somma. In molte realtà la scelta è semplicemente aritmetica.

Dal 1987 a oggi, la storia di una porta che non muore

La tecnologia VGA arriva sul mercato nel 1987, portata da IBM come standard grafico per i propri personal computer. Il collegamento sfrutta un connettore DE-15, chiamato anche HD-15, formato appunto da tre file da cinque pin ciascuna. È la classica presa trapezoidale blu che chiunque abbia usato un PC prima dell’era dei display sottili riconosce al primo sguardo.

La differenza sostanziale rispetto alle interfacce arrivate dopo sta nella natura del segnale. Quello trasmesso via VGA è analogico: i tre componenti RGB, cioè rosso, verde e blu, viaggiano separatamente lungo il cavo, accompagnati dai segnali di sincronizzazione orizzontale e verticale. Nessuna codifica digitale, nessun protocollo di negoziazione tra sorgente e schermo. Il monitor riceve tensioni variabili e le traduce in immagine. Un meccanismo diretto, quasi elementare, che però negli anni ha mostrato i suoi limiti in termini di qualità e di stabilità del segnale, soprattutto sulle lunghe distanze o alle risoluzioni più alte.

Perché il ricambio è stato più lento del previsto

A prendere il posto della porta VGA sono arrivate, una dopo l’altra, DVI, HDMI, DisplayPort e infine USB-C. Interfacce più affidabili, capaci di trasportare il segnale in forma digitale e, in diversi casi, di far viaggiare anche l’audio sullo stesso cavo. Sui prodotti di consumo la transizione si è ormai completata, tanto che trovare un notebook nuovo con l’uscita a quindici pin è diventato raro.

Il discorso cambia radicalmente quando ci si sposta negli ambienti professionali, nelle scuole, negli enti, nelle sale riunioni attrezzate anni fa e mai più toccate. Lì il parco macchine si aggiorna con tempi lunghi e con budget che raramente permettono sostituzioni di massa. Un proiettore installato a soffitto e perfettamente funzionante non viene rimpiazzato solo perché espone una porta considerata superata. Lo stesso vale per i monitor di controllo, per i terminali industriali, per tutta quella strumentazione che ha una vita utile misurata in decenni e non in stagioni commerciali.

Il risultato è un ecosistema parallelo che convive con il presente. Da una parte i dispositivi moderni, dall’altra un’infrastruttura più vecchia che continua a chiedere quel segnale analogico. In mezzo, adattatori e convertitori che fanno da ponte tra i due mondi e che restano tra gli accessori più venduti proprio per questo motivo.

C’è poi un aspetto pratico che pesa parecchio. La compatibilità del VGA è talmente diffusa da renderlo una specie di lingua franca dell’immagine. Quando serve collegare al volo un portatile a uno schermo di cui non si conosce l’età, quella presa trapezoidale è spesso la carta che funziona sempre. Non brillerà per qualità, non trasporterà l’audio, ma un’immagine la manda a video.

Quarant’anni dopo il debutto firmato IBM, insomma, lo standard nato per accompagnare i PC degli anni Ottanta continua a essere utilizzato perché sostituire hardware che funziona costa molto più che tenerlo acceso.

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