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US Army testa il robot anti-drone: CORVUS-RAVEN su GEREON

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L’idea di montare i sensori anti-drone su un robot e mandarlo avanti al posto di un soldato è uscita dalla teoria ed è finita sul campo durante l’ultima grande esercitazione dell’US Army. La logica è tanto lineare quanto scomoda da ammettere, perché i piccoli droni hanno cambiato le regole del gioco e per intercettarli in tempo utile i sensori devono stare esattamente dove nessun comandante vorrebbe mandare una persona. Quindi, invece di corazzare l’operatore o di studiare protezioni sempre più elaborate, si prova a togliere l’operatore dall’equazione.

Il banco di prova è stato Project Convergence-Capstone 6, l’esercitazione con cui l’esercito statunitense mette alla prova tecnologie e concetti operativi in condizioni realistiche. Lì è stato sperimentato un veicolo terrestre senza equipaggio in grado di trasportare in autonomia un sistema dedicato all’individuazione dei droni, un compito che fino a poco tempo fa richiedeva postazioni fisse oppure squadre appiedate con attrezzature da posizionare a mano.

CORVUS-RAVEN sale a bordo di GEREON

A rendere possibile l’accoppiata sono state due aziende con competenze complementari, L3Harris Technologies e ARX Robotics. La prima ha messo a disposizione il sistema di rilevamento, la seconda la piattaforma robotica. Il risultato è l’installazione di CORVUS-RAVEN sul robot modulare GEREON, un mezzo che nasce proprio per essere configurato in base alla missione e che in questo caso diventa una sorta di sentinella semovente.

La parte interessante sta nel modo in cui il sensore lavora. CORVUS-RAVEN individua i segnali elettronici associati a possibili droni e ne ricava anche la direzione di provenienza, il che permette di capire non solo che qualcosa si sta avvicinando, ma anche da dove. Il tutto in modalità passiva, e qui vale la pena spiegare cosa significa davvero questo termine per chi non mastica gergo militare.

Perché il rilevamento passivo cambia le cose

Un radar tradizionale funziona emettendo energia e analizzando ciò che torna indietro, un metodo efficace ma che ha un difetto strutturale, ovvero chi trasmette si fa notare. Sul campo di battaglia contemporaneo, dove esistono sistemi progettati proprio per agganciare le fonti di emissione, accendere un trasmettitore equivale a piantare una bandierina sulla propria posizione. Il rilevamento passivo ribalta l’approccio, perché il sensore si limita ad ascoltare quello che accade nello spettro radio senza dover necessariamente emettere nulla, riducendo così le probabilità di essere localizzato.

Combinare questa caratteristica con un robot terrestre produce un effetto che va oltre la semplice somma delle parti. Un sensore passivo montato su un mezzo senza equipaggio può essere spinto in avanti rispetto alle linee amiche, restare in ascolto in silenzio e trasmettere informazioni utili senza che nessuno debba fisicamente stare in quel punto. E se il mezzo viene individuato e colpito, la perdita è materiale, non umana. È una distinzione brutale ma è il cuore dell’intera operazione.

La modularità di GEREON aggiunge un altro elemento che spiega perché questa strada interessi così tanto. Una piattaforma pensata per cambiare configurazione può ospitare oggi un sistema di sorveglianza elettronica e domani un carico diverso, senza dover progettare un veicolo nuovo ogni volta che cambia l’esigenza. Per un esercito che si trova a rincorrere una minaccia in evoluzione rapida come quella dei droni di piccole dimensioni, la possibilità di aggiornare rapidamente l’equipaggiamento vale quanto le prestazioni del singolo sensore.

Le esercitazioni come Project Convergence-Capstone 6 servono esattamente a questo, ovvero a capire quali di queste combinazioni funzionano fuori dai laboratori e quali restano promesse. La coppia formata da CORVUS-RAVEN e GEREON ha superato il primo passaggio, quello della dimostrazione operativa insieme al resto delle tecnologie schierate durante la prova.

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